Culture

9.1.2018, 15:242018-01-09 15:24:22
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Modigliani, i quadri esposti a Genova erano falsi

Sono falsi i quadri di Amedeo Modigliani esposti nel marzo scorso a Palazzo Ducale di Genova e sequestrati a luglio dopo un esposto dell'esperto toscano Carlo Pepi...

Sono falsi i quadri di Amedeo Modigliani esposti nel marzo scorso a Palazzo Ducale di Genova e sequestrati a luglio dopo un esposto dell'esperto toscano Carlo Pepi, mentre sarebbe originale uno dei disegni. È la conclusione della perizia depositata in tribunale dal perito Isabella Quattrocchi.

Secondo le prime indiscrezioni, il perito avrebbe scritto che le tele esaminate sono state “grossolanamente falsificate” sia “nel tratto che nel pigmento”. Le cornici sono “provenienti da paesi dell'est europeo e dagli Stati Uniti, per nulla ricollegabile né come contesto né come periodo storico a Modigliani”.

Palazzo Ducale rende noto di essere “parte fortemente lesa” nella vicenda e la Fondazione attende la controperizia sui pigmenti per decidere “quali iniziative intraprendere”. Tre gli indagati, tra cui il curatore della mostra Rudy Chiappini, anche direttore dei Servizi culturali della Città di Locarno.

Le tele sequestrate durante la mostra sono ancora sotto custodia nel caveau del Nucleo Tutela patrimonio artistico dei Carabinieri. In totale si tratta di 21 opere.

(Ansa)

9.1.2018, 12:342018-01-09 12:34:00
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La ticinese Dubey in corsa per l'Eurovision Song

La radiotelevisione svizzerotedesca SRF ha reso noti oggi i sei cantanti candidati a rappresentare la Svizzera all’Eurovision Song Contest 2018. Tra le "nomination"...

La radiotelevisione svizzerotedesca SRF ha reso noti oggi i sei cantanti candidati a rappresentare la Svizzera all’Eurovision Song Contest 2018. Tra le "nomination" figura anche Chiara Dubey di Ronco Sopra Ascona, con la canzone "Secrets and Lies".

Gli altri prescelti sono il gruppo ZiBBZ di Boswil (AG) con "Stones", Angie Ott di Neuchâtel con "A Thousand Times", Naeman di Zurigo con "Kiss Me", Alejandro Reyes di Losanna con "Compass" e Vanessa Iraci di Friburgo in Brisgovia (D) con "Redlights".

Il "Liveshow" con la selezione della canzone che rappresenterà la Confederazione verrà trasmesso il prossimo 4 febbraio su SRF 2. La Svizzera ha trionfato due volte all’Eurovision Song Contest: la prima nel 1956 con Lys Assia e la seconda nel 1988 con Céline Dion. L’ultima volta nella top 10, con un ottavo posto, risale al 2005.

(Ats)

 

9.1.2018, 12:142018-01-09 12:14:00
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Sanremo 2018 con Hunziker e Favino  (e Baglioni)

E' ufficiale: Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino faranno parte con Claudio Baglioni della squadra del Festival di Sanremo 2018, dal 6 al 10 febbraio su Rai1....

E' ufficiale: Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino faranno parte con Claudio Baglioni della squadra del Festival di Sanremo 2018, dal 6 al 10 febbraio su Rai1. Il 'capitano' Baglioni, la showgirl e l'attore sono al photocall ufficiale del festival, davanti all'ingresso del Casinò di Sanremo - sotto una pioggia scrosciante - dove si terrà a breve la conferenza stampa ufficiale dell'evento.

https://twitter.com/TV_Italiana/status/950688051491147776 

(Ansa)

8.1.2018, 15:272018-01-08 15:27:25
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Distillare acqua dalla nebbia grazie a una pianta

Distillata goccia a goccia dall’aria, c’è chi vuole usarla per una linea di cosmetici, chi per fabbricare birra e chi come fonte d’acqua per le comunità che vivono...

Distillata goccia a goccia dall’aria, c’è chi vuole usarla per una linea di cosmetici, chi per fabbricare birra e chi come fonte d’acqua per le comunità che vivono nelle aree più aride del pianeta: è l’acqua di nebbia, ricavata dall’umidità catturata attraverso le maglie si una rete che si ispira a una pianta del deserto cileno di Atacama.

L’hanno messa a punto i ricercatori dell’università cilena Adolfo Ibanez, di Vina del Mar, e le sue maglie sono in grado di raccogliere una grande quantità di acqua. “È dagli anni '60 che si è capito il potenziale della nebbia come possibile fonte d’acqua”, precisa Juan de Rios, dell’Università Cattolica di Santiago. In Cile ci sono stati diversi progetti nei quali sono state installate le maglie di tipo tradizionale in varie aree, soprattutto a Nord, dove c’è meno acqua. “Tutti però – prosegue – sono finiti dopo poco tempo perché fatti in comunità povere, che non hanno fatto manutenzione. Inoltre sono mancate le imprese disposte a investire. Perciò allo stato attuale l’acqua di nebbia è piuttosto cara da produrre perché servono grandi superfici per catturare pochi litri d’acqua, che però una volta raccolta è già buona da bere, senza bisogno di trattamenti”, prosegue.

Per cercare di migliorarne la resa delle maglie e renderle più appetibili per il mercato, i ricercatori guidati da Jacques Dumais hanno studiato una pianta che cresce nel deserto di Atacama, la Tillandia landebeckii. “È una pianta senza radici, che riesce a crescere dove nemmeno ci sono i cactus e la cui fonte d’acqua è appunto la nebbia”, sottolinea Dumais. Studiandola, i ricercatori hanno capito quali sono le caratteristiche che le consentono di catturare l’acqua in modo efficiente: ha rami molto fini, è tridimensionale, assorbe e immagazzina l’acqua senza perderla, grazie ad una sorta di pellicola che la avvolge. “Con il nostro prototipo di 1 metro quadrato – osserva – siamo riusciti a migliorarne il rendimento, raccogliendo in 2 settimane 85 litri, contro i 20 che si raccolgono con le maglie in uso”. Il prossimo passo sarà trovare imprese che vogliano investire studi su scala maggiore.

(Ats)

8.1.2018, 11:112018-01-08 11:11:42
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Disparità da infarto: donne curate di meno, rischio triplo

La “disparità di genere” si vede anche nella salute: dopo un attacco cardiaco, le donne non ricevono lo stesso standard di terapie che riceve un uomo, e...

La “disparità di genere” si vede anche nella salute: dopo un attacco cardiaco, le donne non ricevono lo stesso standard di terapie che riceve un uomo, e nell’anno successivo all’infarto hanno un rischio triplo di morire rispetto ai maschi reduci da infarto. È quanto emerso da una ricerca condotta tra University of Leeds (Gran Bretagna) e Istituto Karolinska di Stoccolma, che ha coinvolto 180’368 individui tra uomini e donne, tutti reduci da un infarto.

Dallo studio, pubblicato sul Journal of the American Heart Association e riferito online dalla BBC Health, è emerso che, rispetto agli uomini, le donne in media hanno una minore probabilità di vedersi prescritte le terapie standard raccomandate dalle linee guida dopo un infarto, ad esempio l’aspirina o i farmaci contro il colesterolo alto.

L’idea tipica di un paziente con infarto è quella di un uomo di mezza età, sovrappeso, fumatore e con diabete, sottolinea uno degli autori, Chris Gale; in realtà “gli infarti riguardano un ampio spettro di popolazione, comprese le donne”.

Dallo studio è emerso che le donne hanno chance del 34% più basse dei maschi di essere sottoposte a procedure quali bypass e stent nelle situazioni in cui questi interventi servirebbero. Inoltre hanno chance del 24% inferiori rispetto ai maschi di vedersi prescritte le statine (contro il colesterolo alto), e una probabilità inferiore del 16% di ricevere la prescrizione di aspirina, che serve nella prevenzione dei trombi. Eppure queste medicine sono ugualmente raccomandate per entrambi i sessi.

Secondo lo studio, se le donne ricevessero tutte le terapie raccomandate dopo un infarto, la forbice nella mortalità tra i due sessi si annullerebbe.

8.1.2018, 10:552018-01-08 10:55:00
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Dal 12 gennaio allo stadio anche le donne saudite 

Entra in vigore in Arabia Saudita, da questa settimana, la norma che consente alle donne di assistere alle partite di calcio negli stadi. Lo riferisce il...

Entra in vigore in Arabia Saudita, da questa settimana, la norma che consente alle donne di assistere alle partite di calcio negli stadi. Lo riferisce il quotidiano di Riad Arab News.

La decisione era stata annunciata il 29 ottobre 2017. L’Autorità Generale dello Sport saudita ha garantito che per ora tre stadi potranno ospitare le donne, lo stadio internazionale dire Fahd a Riad, lo stadio di re Abdullah a Gedda e lo stadio del principe Mohammad bin Fahd a Dammam.

Le prime partite di calcio del 2018 a cui potranno partecipare anche le donne saranno Al Ahli-Al Batin che si terrà il 12 gennaio nello stadio di re Abdullah a Gedda, Al Hilal-Al Ittihad il 13 gennaio e Al Ittifaq-Al Faisali il 18 gennaio.

(Ansa)

8.1.2018, 07:412018-01-08 07:41:00
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Golden Globes in nero contro le molestie sessuali

È stata anche una manifestazione contro le molestie sessuali quella dei Golden Globes 2018, assegnati nella notte tra domenica e lunedì a Los Angeles. La cerimonia...

È stata anche una manifestazione contro le molestie sessuali quella dei Golden Globes 2018, assegnati nella notte tra domenica e lunedì a Los Angeles. La cerimonia si è svolta all'insegna della sobrietà e degli abiti neri, indossati dai presenti quale atto di solidarietà verso le donne vittime di molestie sessuali e per sollecitare equità professionale e salariale fra uomini e donne, anche a Hollywood.

Seth Mayer, il presentatore della serata, ha dedicato a questo tema il suo discorso introduttivo indirizzando le sue parole alle signore e ai “rimanenti signori” presenti, e poi ha ricordato che il 2018 sarà ricordato come l’anno in cui è stata legalizzata la marijuana e le molestie sessuali sono state rese illegali. Non ha risparmiato naturalmente Harvey Weinstein, il produttore per primo accusato di molestie, lo scorso novembre: “Non è qui con noi stanotte perché ho sentito dire che è pazzo ed è difficile lavorare con lui, ma non vi preoccupate, tornerà fra vent’anni e sarà probabilmente la prima persona a essere fischiata durante la sequenza In Memoriam”. Poi ha parlato di Kevin Spacey: “Lo spettacolo deve continuare, per esempio ho sentito che ci sarà un’altra stagione di House of Cards e mi chiedo se Christopher Plummer è disponibile”, ha detto, riferendosi alla sostituzione all’ultimissimo momento di Spacey, nel film di Ridley Scott ’Tutto il denaro del mondo’. Infine una nota più seria: “Tutte le persone qui presenti hanno lavorato molto duramente, ma ora è chiaro che le donne hanno dovuto lavorare ancora più faticosamente”. Naturalmente non è stato risparmiato nemmeno il 45/mo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: “Siamo qui grazie ai favori della Hollywood Foreign Press Association, tre parole che non potrebbero essere meglio costruite per infuriare il presidente. L’unico nome che potrebbe farlo arrabbiare ancora di più è Hillary Mexico Salad associated”.

I principali premi sono stati assegnati alla regista Greta Gerwig per “Lady Bird”, designata miglior commedia. Nel settore dei film drammatici si è imposto “Three Billboards Outside Ebbing” al quale sono andati altri tre riconoscimenti: a Frances McDormand (attrice protagonista), Martin McDonagh (sceneggiatura) e a Sam Rockwell (attore non protagonista). Miglior attrice di commedia è stata proclamata Saoirse Ronan. Tra gli uomini si è invece imposto James Franco.

Gary Oldman ha ricevuto il Golden Globe quale attore protagonista per la sua interpretazione di Winston Churchill. Al messicano Guillermo del Toro è stato attribuito il premio di miglior regista. Big Little Lies, miniserie TV, ha fatto incetta di premi: Nicole Kidman ha vinto per la migliore attrice protagonista, Laura Dern per la migliore non protagonista, Alexander Skarsgård per il migliore attore non protagonista.

Ansa/Ats

7.1.2018, 23:142018-01-07 23:14:13
@laRegione

Alla fine della 'Carmen' muore il personaggio sbagliato

Applausi ma anche dissenso dal pubblico stasera al teatro del Maggio musicale fiorentino in occasione del debutto della Carmen di Bizet con la regia di Leo...

Applausi ma anche dissenso dal pubblico stasera al teatro del Maggio musicale fiorentino in occasione del debutto della Carmen di Bizet con la regia di Leo Muscato che ha messo in scena l’opera col finale cambiato. A morire è don Josè, non la bella sigaraia che si ribella e gli spara. Tra l’altro c’è stato un problema con la pistola: al momento dello sparo non ha funzionato come avrebbe dovuto stasera sul palco. Gli applausi, calorosi, sono stati per cast, orchestra e coro, contestazioni all’uscita del regista. Una Carmen contro il femminicidio, quella portata in scena al Maggio, che già alla vigilia aveva suscitato reazioni per la modifica apportata al libretto originale. La Carmen di Muscato veste i panni di una nomade contemporanea, abitante in un accampamento anni ’80. Ancora vittima di una marcata violenza fisica da parte di Josè. "Mi sarei aspettato reazioni non per il cambio del finale ma più per l’ambientazione nel campo Rom", aveva detto Muscato nei giorni scorsi, spiegando che la tensione emotiva che percorre l’opera conduce il pubblico ad affrontare "il tema della morte, tema forte che resta comunque". Commenti favorevoli alla messa in scena del Maggio c’erano stati tra gli spettatori della prova generale il 5 gennaio scorso. Dopo il debutto altre 5 repliche, tutte esaurite come la prima.

5.1.2018, 14:402018-01-05 14:40:29
@laRegione

Mai nessuno come Spotify

Spotify raggiunge quota 70 milioni di utenti paganti, una cifra record, che non ha nessun servizio analogo di musica in streaming. A settembre Apple Music, il principale rivale, aveva reso noto...

Spotify raggiunge quota 70 milioni di utenti paganti, una cifra record, che non ha nessun servizio analogo di musica in streaming. A settembre Apple Music, il principale rivale, aveva reso noto di aver raggiunto 30 milioni di sottoscrittori. Spotify lo scorso dicembre ha depositato i documenti per la quotazione diretta in borsa: il debutto a Wall Street potrebbe avvenire già nel primo trimestre del 2018. Lo ha riferito nei giorni scorsi l’agenzia Bloomberg. La società lo scorso anno è stata valutata 19 miliardi di dollari (18,6 miliardi di franchi).

5.1.2018, 10:152018-01-05 10:15:38
laRegione Ticino

L’esperienza dell’India

di Luca Pascoletti

Nel 1961, con il pretesto di partecipare ad un convegno per il centenario della nascita di Tagore, Moravia e Pasolini si recarono in India, inaugurando...

di Luca Pascoletti

Nel 1961, con il pretesto di partecipare ad un convegno per il centenario della nascita di Tagore, Moravia e Pasolini si recarono in India, inaugurando inconsapevolmente una nuova stagione nella lunga tradizione di viaggiatori occidentali incantati dal Subcontinente.

Nella prima metà del Novecento molti intellettuali europei erano partiti verso l’India alla ricerca di una spiritualità più autentica, di un esotismo antico, di una sensualità ancestrale e mistica.

Ma a partire dagli anni 60, proprio sulla scorta dei racconti della generazione di intellettuali che li avevano preceduti, poeti, narratori, registi, musicisti, fotografi, artisti e figli dei fiori si recarono in India alla ricerca di un’esperienza. Allen Ginsberg vi visse tra il ’62 e il ’63, mentre famosissimo fu il soggiorno dei Beatles presso l’ashram del Maharishi nel 1968.

Ad aprire le danze furono proprio Un’idea dell’India di Moravia e L’odore dell’India di Pasolini, due narrazioni apparentemente antitetiche, ma che sono in realtà complementari.

Moravia, classe 1907, apparteneva proprio a quella “generazione precedente” di viaggiatori che avevano costruito il mito dell’India (era la seconda volta che vi si recava, in effetti, il suo primo viaggio fu nel 1937), e questo emerge chiaramente nel diverso approccio che lo scrittore più anziano dà al suo diario di viaggio. Diversamente da Pasolini, il cui atteggiamento nei confronti dell’India è sensuale, spaesato e sentimentale, Moravia è animato da un intento razionale e analitico, la sua prosa è più descrittiva, più incline a mostrarci l’India attraverso l’occhio del viaggiatore. Cerca, in altre parole, di capire cosa è l’India.

Atteggiamento dunque razionale, ma non per questo privo di sentimento. Moravia si interroga in continuazione sulle mille contraddizioni (questa parola ritorna spesso negli scritti dei viaggiatori in India) di un paese difficile da comprendere: l’approccio documentaristico, attento al dettaglio, talvolta impersonale (Moravia non nomina mai il suo compagno di viaggio Pasolini, mentre quest’ultimo lo cita in continuazione), è stemperato dalle sue personalissime riflessioni sull’esotismo illusorio, sulla mancanza della magia dell’Oriente per le strade di Aurangabad, sulla concezione della morte davanti alle pire funerarie a Benares.

Moravia si sofferma quindi sugli aspetti storici, politici e religiosi dell’India, sui quali è indubbiamente più informato del suo compagno di viaggio Pasolini, i cui (pre)giudizi sono invece fortemente condizionati dal suo essere italiano, europeo, marxista. Il suo sguardo sul tessuto sociale indiano e su alcuni aspetti più apparenti delle tradizioni religiose induiste è, purtroppo, uno sguardo talvolta superficiale che usa metri di giudizio occidentali. Ma perché no, del resto? Pasolini, raccontandoci l’India, ci rivela se stesso e il suo modo di guardare il mondo: il cuore di un poeta che si lascia commuovere dalla povertà e dalla bellezza di un popolo, la mente di un intellettuale che rifiuta i meccanismi tipici del capitalismo occidentale, quella proto-globalizzazione che già allora aveva intuito e visto accadere. E ci svela ancora l’importanza delle singole, piccole grandi storie individuali di quegli “ultimi” che ha sempre cercato di raccontare, nei suoi romanzi come nei suoi film.

Questi due diari saranno argomento centrale della lettura nell’ambito del Focus India:
L’odore dell’India e Un’idea dell’India
Dai diari di viaggio di Pasolini e Moravia
Giovedì 11 gennaio, ore 18.00
Hall del LAC – Lugano Arte e Cultura
Interverrà lo scrittore Paolo Di Paolo

5.1.2018, 05:002018-01-05 05:00:28
Claudio Lo Russo @laRegione

Il Male riflesso: Gomorra a Napoli tra fiction e realtà

Arturo ha 17 anni. Il 18 dicembre, tardo pomeriggio, nella centrale via Foria a Napoli viene accerchiato da un gruppo di coetanei, aggredito e gravemente...

Arturo ha 17 anni. Il 18 dicembre, tardo pomeriggio, nella centrale via Foria a Napoli viene accerchiato da un gruppo di coetanei, aggredito e gravemente ferito a coltellate. Sanguinante e sconcertato, si rende conto del fatto che non conosce chi e perché lo ha ridotto così. La notte di Capodanno, a San Giovanni a Teduccio, periferia orientale di Napoli, sul balcone di casa un bambino di 12 anni si preparava con il papà ai fuochi d’artificio. All’improvviso, nella strada sottostante, la raffica di colpi di pistola di una “stesa” (cioè sparati, in genere da ragazzi, ad altezza uomo, costringendo i passanti a stendersi a terra); due pallottole lo feriscono alle gambe.

Sono solo due dei recenti fatti di cronaca che hanno insanguinato la metropoli partenopea, riportando i riflettori su ‘Gomorra’, la cui terza serie tv è da poco stata trasmessa su Sky. Lo stesso questore di Napoli, visitando Arturo in ospedale, ha sentenziato che questi fatti non c’entrano niente con la criminalità organizzata, che si guarda bene dall’attirare l’attenzione con azioni eclatanti quanto prive di senso: «Sono ragazzini che giocano a scimmiottare Gomorra».

Il paradosso vorrebbe che il libro di denuncia di Roberto Saviano, che ha raccontato la guerra di camorra e le logiche criminali della Napoli più lontana dallo Stato, e da cui sono stati tratti il film di Matteo Garrone e la serie tv, sarebbe all’origine di una nuova deriva criminale della città, che finisce col contaminare anche gli ambienti più lontani dal crimine organizzato. Per l’aggressione ad Arturo, fra gli altri è stato fermato un quindicenne, detto il Nano, il più accanito della banda: famiglia incensurata. Autori delle “stese” sarebbero invece adolescenti rampanti quanto fuori controllo, che, fatti di coca, in sella ai loro scooter si divertono a seminare una loro personale, delirante legge del terrore, non si sa quanto compatibile con quella dei boss che controllano il territorio.

Fatto sta, la sensazione diffusa è che la realtà amplifichi la fiction, e il romanzo espanso di ‘Gomorra’ si ritrova di nuovo al centro dell’attenzione. Le accuse, espresse nelle scorse settimane anche da alcuni magistrati di peso (come Giuseppe Borrelli o Nicola Gratteri), spaziano dalla rappresentazione troppo folcloristica della camorra (e quindi tranquillizzante, perché permette al pubblico di differenziarsi, mentre il crimine è penetrato molto più a fondo nelle maglie della società “normale”) all’eccessiva umanizzazione dei protagonisti della serie, ovviamente tutti negativi. Secondo quest’ultima tesi, i boss di ‘Gomorra’ sarebbero “troppo simpatici”, favorirebbero dunque l’empatia e l’immedesimazione dello spettatore, aprendo quindi in taluni casi la via all’emulazione.


Saviano e uno dei protagonisti della serie, Marco D’Amore, si sono difesi. Secondo l’autore, ‘Gomorra’ non rende romantici i boss, al contrario ne evidenzia la bestialità, senza alcuna «dimensione consolatoria». L’attore ha rivendicato da parte sua «l’atto di denuncia» della serie, ricordando però che si tratta di fiction e non di un documentario: la savana puoi raccontarla anche dalla prospettiva del leone, ha detto, impedirlo rischia di rivelarsi una forma di censura.

La verità, ammesso che ve ne sia una, al solito sembra trovarsi a metà strada. E chiama in causa il rapporto di ogni singolo spettatore con la creazione artistica, tanto più in un’epoca in cui le narrazioni della realtà sono esplose attraverso le produzioni di film per la tv (di qualità sempre maggiore). A ciascuno, a chi crea e a chi fruisce delle fiction, la propria responsabilità; pure in Europa, dove sembra esserci una disponibilità minore alla denuncia del MaleGenn attraverso mezzi di diffusione di massa come la tv.

Dopo aver visto ‘Gomorra’, non ci sentiamo fra quelli che la cancellerebbero dagli schermi. Nel racconto dell’epopea criminale di Ciro e Gennaro non viene mai nascosto il lato d’ombra, cioè le conseguenze nefaste delle loro azioni sulla loro stessa esistenza: allo spettatore la maturità di coglierle, per una visione completa e consapevole. Non si può però negare se non proprio la simpatia, almeno l’umanità dei protagonisti così come vengono raccontati. Si tratta piuttosto di capire se questa sia una colpa: per quanto vile, ignorante e brutale, un camorrista resta o meno un essere umano? Nella parabola criminale di Ciro, che si ribella al Sistema per crearne uno nuovo e “democratico”, o in quella di Genny che esce dall’ombra del padre, non può non esserci del romanticismo che inevitabilmente avvicina lo spettatore. Negarlo, come fa Saviano, significa ignorare le logiche profonde che determinano la riuscita di ogni buon film. Un eroe, per quanto negativo, non potrai mai odiarlo fino in fondo, altrimenti cambieresti canale.
‘Gomorra’ è emblematica nel porre lo spettatore in questa condizione di scissione: un occhio guarda gli eventi da fuori e li giudica, l’altro fatalmente vi si immerge. La libertà di chi crea sta proprio nella facoltà di raccontare fatti e personaggi contrastanti del nostro tempo, che ci interrogano a fondo. Sarebbe una sconfitta dell’intelligenza negarla per il pericolo di emulazione da parte di alcuni ragazzini allo sbando. Il Male, evidentemente, ha origine altrove. Alla cultura la responsabilità e la libertà di rifletterlo.

 

4.1.2018, 23:132018-01-04 23:13:30
@laRegione

Washington Post: Woody Allen 'lascivo e misogino'

Ossessionato dalle minorenni, proprio come i personaggi dei suoi film: il 'Washington Post' pubblica oggi estratti dai 56 scatoloni di carte consegnate da Woody...

Ossessionato dalle minorenni, proprio come i personaggi dei suoi film: il 'Washington Post' pubblica oggi estratti dai 56 scatoloni di carte consegnate da Woody Allen a Princeton. Decenni, per l’esattezza 57 anni, di appunti e copioni mai realizzati rivelano quanto molti avevano sospettato: per il regista che sul set di "Manhattan" rubò il primo bacio all’allora sedicenne Mariel Hemingway, quella delle ragazzine è stata una sorta di attrazione fatale.

Le carte, conservate nella sezione libri rari della Firestone Library, "sono piene di commenti lascivi e misogini", scrive il giornalista Richard Morgan spiegando di esser stato il primo a consultare l’intero archivio Allen da cima a fondo. "Woody è stato finalmente smascherato", ha commentato su Twitter l’attrice Rose McGowen, in prima linea nel movimento #MeToo.

Morgan non nasconde il suo disprezzo per il cineasta: "Allen che è stato candidato 24 volte agli Oscar, non ha mai avuto bisogno di idee che andassero oltre il concetto dell’uomo licenzioso e della sua bella conquista: un’unica idea che gli ha fruttato molto nella sua lunga carriera".

Le sceneggiature, spesso freudiane, si attengono quasi religiosamente a una formula: una relazione sull’orlo del fallimento viene gettata nel caos dall’arrivo di una giovane donna. L’oggetto del desiderio dell’uomo adulto e a volte maturo ha età variabile tra i 16 e i 18 anni, come la vicina diciassettenne di "Consider Kaplan" concupita dal vicino 53enne in un ascensore di Park Avenue. In una bozza per il New Yorker del 1977, un 45enne è affascinato dalle studentesse del City College di New York. A margine del dialogo, Woody scrive, e poi cancella, le parole "c’est moi", sono io.

E’ la prima volta, da quando è scoppiato lo scandalo Harvey Weinstein, che i media Usa puntano i riflettori su Woody Allen nonostante il regista, subito dopo le accuse rivolte al boss della Miramax, avesse esortato a evitare una "caccia alle streghe". Allen, che negli anni Novanta è stato accusato da una figliastra Dylan di averla molestata e che ha poi sposato l’altra figliastra Soon-Yi, è il padre biologico di Ronan Farrow, il giornalista che ha fatto lo scoop su Weinstein per il New Yorker. (Alessandra Baldini, Ansa)

4.1.2018, 18:052018-01-04 18:05:00
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Addio allo scrittore israeliano Aharon Appelfeld, narrò la Shoah (e non solo)

Aharon Appelfeld, uno dei più apprezzati e prolifici scrittori israeliani, infaticabile narratore dell’ebraismo europeo degli anni...

Aharon Appelfeld, uno dei più apprezzati e prolifici scrittori israeliani, infaticabile narratore dell’ebraismo europeo degli anni antecedenti e di quelli seguiti alla Shoah, si è spento a Gerusalemme all’età di 85 anni.

Era nato in un piccolo villaggio nei Monti Carpazi, a suo tempo in Romania e oggi situato in Ucraina. Fluente in varie lingue, fra cui lo yiddish (idioma ebraico dell’Europa orientale) e il tedesco, apprese l’ebraico solo dopo la sua immigrazione in Israele.

Ma presto seppe padroneggiarlo alla perfezione. In un’intervista alla radio militare lo scrittore Amos Oz ha ricordato oggi con commozione di essersi avvicinato alla letteratura quando era ancora ragazzo in un Kibbutz durante le lezioni tenute da Appelfeld, che era approdato in Israele non molto prima.

Autore di una cinquantina di romanzi, sono molti i libri di Appelfeld tradotti in italiano, per la maggior parte da Guanda ma anche da Giuntina e Feltrinelli. Fra questi in cui lo scrittore israeliano, sopravvissuto all’Olocausto, ha saputo dar voce alla sua terribile esperienza facendone un tema universale: ’Badenheim 1939’, ’Storia di una vita’, ’Paesaggio con bambina’, ’Il ragazzo che voleva dormire’, ’Fiori nelle tenebre’, ’Una bambina da un altro mondo’, ’L’amore, d’improvviso’, ’Oltre la disperazione’, ’Il partigiano Edmond’, ’Fiori nelle tenebre’ e ’Giorni luminosi’.

Mentre Feltrinelli ha pubblicato ’Il mio nome è Caterina’ e ’Una bambina da un altro mondo’. Per Giuntina sono usciti invece: ’Storia di una vita’, ’Tutto ciò che ho amato’ e ’Notte dopo notte’. Appelfeld ha ottenuto numerosi riconoscimenti, in Israele e all’estero. Anni fa la Fiera del Libro di Torino lo aveva avuto fra i suoi ospiti.

All’origine della opera monumentale di Appelfeld c’è la sua travagliata infanzia da cui avrebbe tratto (a volte con sua ’’sorpresa’’) infiniti spunti. Nell’ultima intervista, al giornale Makor Rishon, ha ricordato di essere nato in una famiglia di ebrei laici. Con la occupazione tedesca del suo villaggio, iniziò lo sterminio degli ebrei. Sua madre fu uccisa a breve distanza da lui (’’Sentii il suo lungo urlo, poi più niente’’).

In spalla il padre lo portò in una marcia forzata verso un campo di concentramento. Aveva otto anni quando riuscì a fuggire da solo, vivendo nei boschi. Poi si sarebbe imbattuto in malviventi, che gli diedero assistenza ignorando che fosse ebreo. Visse da una prostituta, frequentò ladri di cavalli. ’’Fu quella la mia scuola’’, ha commentato. Questi elementi sarebbero poi tornati in numerosi suoi libri, fra cui il celebre ’’Fiori nelle tenebre’’.

’’Per Appelfeld – ha osservato Oz – la Shoah era una sorta di Chernobyl’’: ossia un luogo talmente terribile da non consentire ad alcuno di avvicinarsi. Nei suoi libri non ci sono camere a gas ne’ descrizioni di altri orrori: ’’perché le parole – spiegava – non bastano’’.

Preferiva raccontare la Shoah ’’come una storia di amore: l’amore per i genitori o i nonni perduti. La riconoscenza per uno sguardo di compassione ricevuto in un ambiente ostile, o per una mezza fetta di pane regalata da una persona affamata. Nelle sue peregrinazioni – osservava – si era imbattuto in preziosi momenti di amore e di nobiltà d’animo’’.

Uscito in ebraico poche settimane fa, il suo ultimo romanzo si intitola ’Giorni luminosi’ (in Italia uscirà postumo per Guanda il 25 gennaio): ancora una volta un richiamo alla sua sensazione di essere rimasto inchiodato ai ricordi di infanzia. Espressioni di cordoglio sono giunte dal Capo dello Stato Reuven Rivlin, che era un suo amico personale, e da numerosi esponenti del mondo della cultura. I funerali si svolgeranno domenica a Gerusalemme.

"Con la morte di Aharon Appelfeld scompare uno degli ultimi, grandi testimoni della Shoah e insieme uno dei maggiori scrittori israeliani", sottolinea il presidente Guanda Luigi Brioschi annunciando che "la casa editrice Guanda, che ha in catalogo molta parte dell’opera di Appelfeld e si appresta a pubblicare un suo nuovo libro, ricorda l’autore, l’amico e la felice, intensa collaborazione avuta con lui per tanti anni". (Ats)

3.1.2018, 23:502018-01-03 23:50:00
@laRegione

Tre anni fa l'addio a Pino Daniele. Il figlio: 'il sentimento è la chiave nella sua musica'

"Mi manca soprattutto il dialogo, quello sulle nostre frequenze, legato ad un certo tipo di linguaggio prettamente...

"Mi manca soprattutto il dialogo, quello sulle nostre frequenze, legato ad un certo tipo di linguaggio prettamente partenopeo, dove spesso bastava una parola o un'espressione idiomatica per racchiudere il senso di un discorso": Alex Daniele, figlio grande di Pino Daniele e suo personal manager, racconta il vuoto lasciato dalla perdita improvvisa del papà, tre anni fa domani.

Musica e sentimento sono le parole chiave di ogni sua frase. Come avrebbe voluto essere ricordato tuo padre? "Sicuramente - risponde - l'aspetto al quale teneva di più è la figura di 'musicista' con un suo personale linguaggio. Suonare per Pino era una missione ed il codice per comunicare il sentimento. Il sentimento è la chiave nella sua musica. Viveva per suonare, quando non suonava aspettava il momento di suonare".

Di Pino Daniele parla sempre al presente e non a caso il titolo scelto per il grande tributo live in programma allo stadio San Paolo di Napoli, il prossimo 7 giugno, è 'Pino è', con la partecipazione di alcuni tra i più grandi artisti della musica italiana e amici del cantautore. Una parte dell'incasso sarà devoluta ad iniziative benefiche. "Pino - continua Alex - è un'anima dai mille culure". Attraverso le iniziative della fondazione di cui è presidente, la Pino Daniele Trust Onlus, il figlio cerca di testimoniare "la sua ricerca sonora, il coraggio di cambiare e di evolversi partendo dalla conoscenza delle proprie radici, sperimentando attraverso i generi musicali e la contaminazione etnica; il metodo dell'espansione e della condivisione è fondamentale per l'evoluzione di un artista, ma anche dello spirito di ognuno di noi. La sua arte e la sua figura artistica - aggiunge - sono l'espressione di un sistema di valori etici ed umani, che cerco di trasferire nei nostri progetti".

L'ultimo, in ordine temporale, è 'Quando', il cofanetto con il meglio del repertorio di Pino Daniele pubblicato dal 1981 al 1999, 95 brani rimasterizzati, il DVD del film documentario 'Il tempo resterà', scritto e diretto da Giorgio Verdelli, e un libro di 72 pagine che racchiude testi, foto, commenti, rarità, memorabilia e approfondimenti sul suo percorso artistico.

Ad un mese dal Festival di Sanremo, Alex rivela che "Pino lo seguiva con attenzione, ma non era un amante della gara" e, a proposito delle novità introdotte da Baglioni, suo amico, aggiunge: "Sicuramente approva la direzione artistica di quest'anno: Claudio ha rivisto le regole del festival con la giusta sensibilità di grande artista quale è". Cresciuto a pane e musica, Alex non ha mai smesso di ascoltare le canzoni del papà. La colonna sonora delle sue giornate "cambia, random, a seconda del mood della giornata" ma ultimamente, rivela, "il brano più gettonato è Melody". L'immagine ingombrante di un artista immenso e di un padre esigente è più di un'ombra accanto ad Alex. "Sto attento a pesare le condizioni delle mie scelte non tanto sulla considerazione di cosa approverebbe lui se fosse qui, ma di cosa approverebbe ora dalla dimensione in cui si trova, con lo sguardo dell'oltre, fuori dai pregiudizi e vincoli terreni. Insomma la regola che seguo è non mentire a me stesso e prendo le decisioni con cuore, testa e sentimento, così da percepire ancora l'eco del suo ''Guagliooo...' in segno di approvazione". (Ansa)

3.1.2018, 14:562018-01-03 14:56:14
laRegione Ticino

Quel sesto senso che ci permette di 'vedere' se una persona è malata

L’uomo ha un "sesto senso" che gli permette di indovinare se una persona è malata. Un sesto senso che si basa soprattutto sui segni che si...

L’uomo ha un "sesto senso" che gli permette di indovinare se una persona è malata. Un sesto senso che si basa soprattutto sui segni che si vedono sul volto. Lo ha scoperto uno studio del Karolinska Institut di Stoccolma pubblicato dalla rivista Proceedings of the Royal Society B. Il test è stato condotto reclutando 16 soggetti tra 19 e 34 anni, fotografati due ore dopo aver ricevuto una iniezione di un placebo, e poi due ore dopo che era stato loro inoculato un lipopolisaccaride, una molecola che fa parte della struttura esterna del batterio escherichia coli. Pur non essendo in grado di infettare il polisaccaride scatena una risposta immunitaria transitoria, con i sintomi di una leggera infiammazione.

A un gruppo di 62 persone è stato chiesto di guardare le foto e dire se i soggetti erano sani o malati. Per 13 delle 16 persone gli osservatori hanno individuato correttamente i "malati" nelle foto, mentre in totale il riconoscimento è andato a buon fine nel 62% dei casi. I segni principali per il riconoscimento sono risultati i cambiamenti nel colore della pelle, la forma delle labbra e la presenza di occhiaie. "Una abilità di riconoscere le persone malate – spiegano gli autori – permette di evitare di avvicinare chi sta male, minimizzando il rischio di ammalarsi se il problema è contagioso".

2.1.2018, 14:232018-01-02 14:23:20
@laRegione

Celentano: gli 80 anni di un artista che anticipa i tempi 

Sabato 6 gennaio, il giorno della Befana, Adriano Celentano compie 80 anni. E, mentre è ancora impegnato nella realizzazione di "Adrian", la serie tv...

Sabato 6 gennaio, il giorno della Befana, Adriano Celentano compie 80 anni. E, mentre è ancora impegnato nella realizzazione di "Adrian", la serie tv realizzata con Milo Manara che dovrebbe andare in onda sulle reti Mediaset, il cofanetto "Tutte le migliori", che raccoglie i duetti con Mina e alcuni dei loro più grandi successi, è al terzo posto della classifica italiana. Il luogo di nascita di Celentano è uno degli indirizzi più famosi della musica italiana: Milano (6 gennaio 1937), via Gluck 14. Proprio lì "dove c’era l’erba ora c’è una città". C’è un’altra data fondamentale nella storia di uno dei protagonisti assoluti della cultura popolare della vicina Penisola: il 18 maggio 1957. Figlio di immigrati pugliesi, Adriano aveva fatto diversi mestieri prima di diventare un orologiaio. Il suo passatempo preferito era imitare Jerry Lewis (aveva anche vinto un concorso di imitatori) ed era rimasto folgorato da un 45 giri che gli aveva regalato la mamma, Giuditta Giuva. Era "Rock Around The Clock" di Bill Haley e aveva inoculato nel ragazzo della via Gluck il virus di quella musica rivoluzionaria. In quel giorno di maggio di 60 anni fa, al Palazzo del Ghiaccio di Milano, fu organizzato il primo festival del rock’n’roll. Celentano partecipa con i Rock Boys: suonano "Ciao ti dirò" e il cantante italiano vince il concorso e il suo primo contratto discografico.

Nel 1959 la carriera decolla grazie a "Il tuo bacio è come un rock", un successo clamoroso che diventa presto un musicarello. Celentano sconvolge il mondo della canzone italiana: ha una contagiosa vis comica, canta come un apostolo del primo rock’n’roll e si muove in un modo mai visto. Nasce il mito del "molleggiato". Un impatto rivoluzionario, rafforzato dall’idea di cominciare dando le spalle al pubblico la sua prima esibizione al Festival di Sanremo: era il 1961, la canzone era "24 mila baci" e Celentano, che all’epoca faceva il servizio militare, partecipò grazie a una dispensa firmata dalll’allora ministro della Difesa italiano Giulio Andreotti. Da quel momento, Celentano è uno dei dominatori della musica italiana: si muove tra rivoluzione e predicazione alternando tematiche ambientaliste ante litteram, come "Il ragazzo della via Gluck" e "L’albero di 30 piani" a posizioni conservatrici tipo "Tre passi avanti", "Pregherò", "Chi non lavora non fa l’amore" (che ha vinto Sanremo nel 1970), "La coppia più bella del mondo", capolavori come "Una carezza in un pugno", "Azzurro" (musica di Paolo Conte), "Storia d’amore". Con "Prisencolinensinainciusol" anticipa il rap. Anche nella gestione della sua carriera è stato un anticipatore, perché fin dagli anni ’60 ha cercato, con molti problemi, la sua indipendenza dalle case discografiche, fondando il Clan. Un personaggio che dal 1964 ha accanto la moglie-manager Claudia Mori e che ha attraversato la storia della canzone, dall’epoca d’oro del 45 giri al digitale, travalicando i confini della musica: tra gli anni ’70 e ’80 è stato campione d’incassi con film commerciali, conoscendo un confortante successo come regista con "Yuppi Du" e una cocente delusione con "Joan Lui".

Se la televisione italiana, grazie alle sue partecipazioni come "ospite evento" era stato il mezzo ideale per veicolare i suoi successi, dal 1987, con "Fantastico 8", è diventata lo strumento utilizzato per imporre la sua nuova dimensione di "predicatore", oggi diffusa anche attraverso un blog. I suoi spettacoli, seguiti da ascolti record, da "Francamente me ne infischio" a "125 milioni di caz... te" e "Rockpolitick" fino alla molto discussa partecipazione al festival di Sanremo del 2012, hanno suscitato polemiche e discussioni a non finire fino quasi a mettere in secondo piano il cantante rispetto all’opinionista specializzato in monologhi dalle proverbiali pause e sceso in campo a favore del movimento di Beppe Grillo. Nel 1998, l’album registrato con Mina (da sempre una delle sue migliori amiche) e trainato dal brano "Acqua e sale" ha venduto 1’600 mila copie. Nel 2016 la super coppia replica con "Le migliori", arrivato al sesto disco di platino.

Nel 2012, a 18 anni di distanza dal suo ultimo concerto, è tornato a cantare dal vivo all’Arena di Verona in due serate, intitolate "Rock Economy" e trasmesse da Canale 5 con grande successo. Sono state le sue ultime uscite pubbliche, se si eccettuano un’intervista a "Ballarò" nel 2015 e un video messaggio per il suo amico Gianni Bella. Ansa

2.1.2018, 06:052018-01-02 06:05:39
Beppe Donadio @laRegione

Alla ricerca del Sacro Umorismo (intervista a Elio)

Dopo averlo visto al Teatro Nuovo di Milano, non vi sveleremo il finale. E nemmeno il lato nascosto di Lancillotto. Diremo solo che il ciclo arturiano in salsa...

Dopo averlo visto al Teatro Nuovo di Milano, non vi sveleremo il finale. E nemmeno il lato nascosto di Lancillotto. Diremo solo che il ciclo arturiano in salsa Broadway è buonumore puro. Come moderni Elton John e Bernie Taupin, Elio e Rocco Tanica hanno firmato ‘Spamalot’, a Lugano il 23 gennaio alle 21 (MrRoy Productions, biglietteria.ch). Della sua trasposizione linguistica ci aveva riferito lo stesso Tanica il 4 dicembre. Ora parla l’Elio attore, il Re Artù sul quale ruota lo spettacolo diretto da Claudio Insegno.

Sanremo vi ha costretti a cancellare le date romane di ‘Spamalot’. Qui a Lugano ci si sente privilegiati...

Eh sì, davvero. Al di là dell’evidente scherzo, degli spettacoli che ho fatto in vita mia, questo è quello che fa più ridere. Se qualcuno ha voglia di passare una serata allegra, credo che questa sia l’occasione giusta.

Stavo proprio per chiederti 3 buoni motivi per vedere ‘Spamalot’...

Ridere è il primo. Avendo replicato già alcune decine di volte, affrontando pubblici di ogni tipo, posso affermare che piace a tutti. Piace anche agli abbonati dei teatri, che in genere sono ultrasettantenni che il più delle volte si addormentano, o che a teatro ci vengono proprio con lo scopo di fare un sonnellino. Il secondo motivo è che si tratta della prima volta che i Monty Python vengono rappresentati in italiano. Uno può dire “ok, non mi avete fatto tanto ridere, però ho assistito a un’occasione storica”.

Quanta responsabilità hai sentito?

Credo di essermi preparato a dovere. Ho rivisto il film per le parti in comune. Gli arrivi al castello sono tra le cose che mi fanno più ridere, insieme alla battaglia contro il Cavaliere Nero. Ho tentato di fare del mio meglio, come cerco di fare sempre. Il risultato alla fine, anche grazie a Rocco Tanica e Claudio Insegno, è lì da vedere. Chi ha visto il musical in versione inglese troverà delle minime differenze con la nostra per via della lingua. Già era un’impresa titanica trasportarli in italiano. Poi, per alcuni giochi di parole come quello tra “cymbal” e “symbol”, che in inglese suonano uguali, ci siamo inventati dei giochi di parole nostri. Il risultato non ha suscitato critiche da parte degli appassionati dei Monty Python, almeno sino ad ora. Anzi, solo complimenti. E per questo sono al settimo cielo.

Eravamo al secondo motivo...

Il terzo motivo è la bravura del cast, che abbiamo selezionato con particolare cura. Già dalla mia esperienza con ‘La Famiglia Addams’ sapevo che l’ambiente del musical brulica di talenti sconosciuti, bravissimi e pagati poco. Questa esperienza ha rafforzato la mia opinione. Io, Tanica e Insegno, ma proprio tutti, dal coreografo allo scenografo, fino al direttore d’orchestra ci abbiamo messo il massimo impegno nella selezione. Mi sembra che i fatti ci stiano dando ragione.

Anche la critica vi sta dando ragione...

Sì. E infatti, oltre a essere lo spettacolo più divertente, ‘Spamalot’ è anche quello che ha ricevuto le migliori critiche. Non mi era mai accaduto che proprio tutti i critici, che come tu ben sai sono cattivi, fossero concordi nel valutare. Ce n’è sempre uno che deve dire il contrario. Poi noi di Elio e le Storie Tese ne sappiamo qualcosa. A questo punto, stiamo aspettando che ne arrivi uno a dire “non mi piace”.

Non saremo noi i primi. A Milano si è riso, e il livello musicale era altissimo...

E allora c’è un terzo motivo-bis. Visto che siamo piuttosto caldi rispetto alle prime repliche, posso dire che siamo migliorati. Abbiamo preso confidenza con tutto quanto accade sul palco.

Appurato che ‘Spamalot’ è da vedere, vorrei parlare degli Elii usando parole dei Pythons. “Come gruppo decidemmo che non ci sarebbe stato alcun tipo di gerarchia interna precostituita”. Lo dice Terry Jones nel libro di Francesco Alò.

Sì. Devo dire che noi, anche “a nostra insaputa”, perifrasi che va molto forte in Italia negli ultimi anni, abbiamo molti punti in comune con loro. Dalla vita noiosa fuori dalla scena, un po’ da impiegati, all’intercambiabilità per le cose fatte da soli o in piccoli gruppi, vedi ‘Un pesce di nome Wanda’, dove c’è solo una porzione di Monty Python. In questo senso, anche ognuno degli Elio e le Storie Tese vive una vita propria, nella quale da solo o in sottogruppi ha sempre fatto cose extra.

Bob McCabe, biografo dei Pythons: “Chi cambia il mondo non lo fa necessariamente facendosi notare. A volte lo fa mentre gli altri stanno guardando da un’altra parte”. Quando vi siete accorti di avere cambiato il mondo?

Premetto che il mondo non l’abbiamo cambiato. Restando nel nostro orticello, l’operazione di maggior impatto resta senz’altro ‘La terra dei cachi’, con la quale ci eravamo illusi di aver portato al Festival la parodia della canzone impegnata che invece tutta Italia ha interpretato come la canzone impegnata che mette alla berlina tutti i mali del paese. In altro modo, e lo vivo ogni giorno incontrando gente giovane, credo che abbiamo lanciato un messaggio di qualità, magari anche parlando di vaccate, a tutti quelli che decidono di intraprendere la carriera di musicista.

Lo stesso messaggio che lanciaste agli Skiantos dalle pagine di Repubblica, una ventina d’anni fa: “Mentre voi vi facevate le canne, noi studiavamo la musica”...

Questa proprio non me la ricordo (ride, ndr.).

Giuro sui vostri dischi che è la verità. L’inserto era ‘XL’. Ogni settimana un artista poneva una domanda scomoda a un altro artista, che la settimana successiva rispondeva...

Comunque con gli Skiantos abbiamo sempre avuto un rapporto di grande amore. Queste schermaglie pubbliche in realtà sono sempre state un gioco tra me e Freak (Antoni, ndr.). A parte il concerto con le due band sullo stesso palco, abbiamo fatto spettacoli insieme io e lui, divertendoci tantissimo. Era originale, e unico.

“Doppio manager, doppio camerino”. Ora che vi siete sciolti come i Litfiba, i master degli album chi se li tiene?

Quelli restano alla Hukapan, la nostra etichetta. In realtà continueremo a fare altre cose. Per quanto riguarda il gruppo, è una fatica talmente grossa ed è un miracolo così incredibile, siamo andati avanti così tanti anni che Elio e le Storie Tese non meritano una fine ingloriosa, semmai gloriosa.

A proposito di camerino. Non credi che ti mancheranno il pre-concerto, il backstage, l’attesa...

Chi può dirlo. Vedremo. In questo momento ognuno di noi non vede l’ora di riposarsi un po’. Se non si fa questo mestiere, non si può capire quanto sia difficile, sotto ogni aspetto. Su YouTube c’è un’intervista con Demetrio Stratos nella quale spiega perfettamente cosa accade in un gruppo, quali sono le difficoltà di carattere quotidiano. Stratos arriva a dire che un gruppo andrebbe considerato “un bene della comunità” e in questo senso andrebbe “sovvenzionato” (ride di nuovo, ndr.). E io lo sottoscrivo in pieno. È chiaro che è impossibile. Come è chiaro che uno dura fino a che può farcela.

Al funerale di Assago sul palco c’era scritto “R.I.P. 1980-2017”. Un momento indimenticabile di questi 37 anni?

Ce ne sono stati tanti. Certo, quando le signore anziane ingioiellate nella prima fila dell’Ariston hanno cominciato a battere le mani su ‘La terra dei cachi’... Davvero non me lo sarei mai aspettato. Ma anche a dicembre al Forum, quando tutto il pubblico ha urlato all’infinito ‘Forza Panino’.

Gli schermi del basket mostravano i tuoi occhi lucidi. Sembravi in difficoltà...

No, ero semplicemente contento. Penso che sia stato meritato per lui, per noi e per gli sforzi che abbiamo fatto in questi anni. Alla fine ho scoperto che in sala c’era la mamma di Feiez. La felicità è raddoppiata.

Pensi mai a che ruolo avrebbe oggi Feiez?

Lo stesso. Lui era quel 20% di qualità in più che non abbiamo mai più trovato. In un’unica testa c’erano tante abilità. Era un grandissimo tecnico del suono, oltre che un bravissimo cantante, oltre che un bravissimo chitarrista, e sassofonista...

Tornate a Sanremo da eterni secondi. Più secondo di voi c’è soltanto Toto Cutugno...

Abbiamo sempre sognato di essere come lui, nel senso che se avessimo guadagnato i soldi che ha guadagnato Toto Cutugno, ci saremmo ritirati molto prima.

Per finire: puoi fischiettarci il ritornello di ‘Arrivedorci’?

Sì, dunque: “Fiii, fi fi fii fiii...” (sintetizzando, ndr.). Abbiamo cercato di farci ispirare dai Procol Harum, dai Moody Blues, ma anche dai Pooh. Che restano comunque il nostro faro...

 

Articolo correlato: 'Pitonesco Tanica', laRegione del 4 dicembre 2017

1.1.2018, 13:112018-01-01 13:11:54
@laRegione

Più silenzio e più libertà dalla banalità del consumo e delle parole vuote: l'augurio del Papa

Tutti «abbiamo bisogno di silenzio». Questo, nel clamore assordante del narcisismo globale, il saluto al...

Tutti «abbiamo bisogno di silenzio». Questo, nel clamore assordante del narcisismo globale, il saluto al nuovo anno di Papa Francesco, che sottolinea come ritagliarsi ogni giorno un momento di silenzio è un modo per «custodire la nostra anima». Soprattutto «è custodire la nostra libertà dalle banalità corrosive del consumo e dagli stordimenti della pubblicità, dal dilagare di parole vuote e dalle onde travolgenti delle chiacchiere e del clamore».

Fra le parole del Papa, un secondo messaggio essenziale: «Ogni vita, da quella nel grembo della madre a quella anziana, sofferente e malata, a quella scomoda e persino ripugnante, va accolta, amata e aiutata».

30.12.2017, 10:482017-12-30 10:48:43
Ivo Silvestro @laRegione

Addio al postmoderno

Il postmoderno è morto, afferma Roberto Mordacci nel suo saggio ‘La condizione neomoderna’: nell’era della post-verità c’è il bisogno, non solo nella filosofia ma anche nella società, di tornare al...

“È la post-verità, bellezza, e tu non ci puoi fare niente”. Parafrasando Humphrey Bogart in un vecchio film, potremmo riassumere così la nostra epoca che sembra aver smesso di credere non solo nella verità oggettiva o nel fatto che la storia abbia un senso, ma anche in valori universali etici ed estetici.
Non ci sono fatti, né scientifici né morali, tutto è interpretabile e, alla fine, qualsiasi cosa può andar bene: è la versione popolare, a tratti populista, di alcune importanti correnti filosofiche, come il pensiero debole e il relativismo, che hanno segnato il Novecento, il secolo del postmoderno, e delle quali è forse arrivato il momento di sbarazzarsi. Tornando al realismo, come propone il “nuovo realismo” difeso, tra gli altri, da Maurizio Ferraris, o più in generale a quei valori della modernità che il postmodernismo ha rigettato. Riscoprendo quella che, parafrasando questa volta ‘La condizione postmoderna’ di Lyotard, potremmo chiamare ‘La condizione neomoderna’, come da titolo del saggio del filosofo Roberto Mordacci (Einaudi 2017). Tornare alle idee chiare e distinte con cui Cartesio aveva dato il via a un nuovo modo di filosofare, tornare al metodo critico basato su argomenti perché – è una delle tesi del saggio – il postmodernismo nasce in parte da un equivoco, attribuendo a tutta la modernità le degenerazioni ottocentesche di un sapere che si pretende assoluto e totale – confondendo in poche parole il razionalismo con l’idealismo e l’illuminismo con il positivismo. Un errore che impedisce ai postmodernisti di analizzare efficacemente la situazione presente.

Roberto Mordacci, possiamo dire che la proposta del saggio è più storiografica che teorica? Nel senso che non c’è la proposta di una filosofia che sostituisca il postmodernismo, perché queste filosofie in parte già ci sono, ma c’è un invito a ripensare la nostra società senza le categorie del postmoderno.
Sì, anche se la tesi del libro, più che storiografica, direi che è quasi sociologica, di sociologia della cultura. La nostra condizione non solo non è più descrivibile con le categorie del postmoderno, ma ha cominciato a descriversi in un modo diverso, anche se non si è ancora dato un nome.
Dal punto di vista culturale è un cambio significativo. Che a mio modo di vedere sostiene una proposta teoretica: in questo momento si avverte il bisogno di una teoria nuova, scritta quasi ex novo, come lo erano quelle della modernità. Personalmente ho la mia teoria, una ripresa del pensiero critico a partire dal concetto di persona, ma non è la sola, è anzi una delle tante teorie che spero si affermino e che rimettono al centro la questione del reale, del canone estetico, del canone morale, del canone epistemico…

‘La condizione neomoderna’ si ferma comunque prima di questa proposta concreta.
Sì, un po’ perché un profilo, anche se ancora abbozzato, del personalismo critico l’ho scritto nel libro precedente, ‘L’etica è per le persone’, pubblicato da San Paolo, nel quale metto al centro le ragioni personali come ragioni decisive sia in campo morale sia in campo cognitivo. È un modo di intercettare una reale interazione col mondo, al di là dello schema scettico esasperato o di quello ermeneutico esagerato che sono tipici del postmodernismo.

Approccio scettico ed ermeneutico che, si afferma in ‘La condizione neomoderna’, sono inadeguati a descrivere la nostra società. Eppure, nell’era della post-verità, che cosa meglio del postmodernismo può aiutarci a comprendere quello che accade?
Ma la post-verità è proprio il frutto avvelenato e direi postumo del postmodernismo.
Mi spiego meglio. Abbiamo avuto quasi un secolo di cultura alta – prima la critica letteraria, poi l’arte, la filosofia eccetera – che è andata ripetendo che la verità è finita, che la metafisica è violenza, che l’idea stessa di avere valori morali è intollerante e così via. Questa onda della cultura alta si è riversata sulla cultura bassa con effetti devastanti.
L’arte in questo è stata un veicolo molto efficace: un certo Kitsch, un certo gusto per la provocazione fine a sé stessa, al valorizzare il brutto come emblema della fine di ogni pretesa veritativa o estetica dell’arte. E la televisione ha portato all’estremo questa deliberata scelta di cancellare l’alto per mettere tutto al livello più basso possibile.
Alla fine, l’idea stessa che ci siano dei fatti risulta, per tutti, irrilevante…

Stiamo arrivando a uno dei punti più delicati del ragionamento: il passaggio dalla riflessione filosofica al sentire comune. Perché quando si dà la colpa della post-verità al postmodernismo, penso sempre a Trump che legge Lyotard o Derrida, ed è un’immagine un po’ stonata…
Ma Derrida, Lyotard, Vattimo, Bauman e così via hanno sdoganato questo modo di pensare nella cultura media che prima invece restava vicina ai valori moderni e, quando saltava fuori qualche idea oggettivamente sbagliata, interveniva. Quindi non è che le masse hanno letto Lyotard, è che si sono sentite autorizzate dai giornali, dalla televisione, dalla radio, da internet, da chi detiene un po’ di cultura a dire “ma tutto va bene, è tutto uguale, uno vale l’altro perché non c’è nessun criterio”, dando il via a idee populiste e antiscientifiche.

E infatti, se guardiamo a movimenti come quello antivaccini, troviamo soprattutto persone mediamente istruite…
Certo: non avremmo avuto un caso vaccini se da cinquant’anni la cultura non dicesse “la scienza è pura opinione”, se non ci fossero stati gli epistemologi post-strutturalisti, i lettori di Lyotard e Foucault – anche se quest’ultimo non era per niente postmodernista – a dire che “la scienza è un’ideologia come un’altra”… È un’ideologia, ma non è affatto come le altre! Il fatto che la scienza sia criticabile – perché ci sono nuove scoperte, perché ci sono le rivoluzioni scientifiche alla Kuhn e anche perché ci sono le frodi e i conflitti di interesse – non significa che sia semplicemente un’opinione alla quale si possa contrapporre una qualsiasi altra opinione. Il metodo logico e il confronto con l’esperienza sono criteri più solidi del relativismo. 

Un rifiuto delle narrazioni della modernità che porta, forse paradossalmente, al ritorno ad altre narrazioni identitarie e nazionalistico-religiose…
Una reazione fortissima, e lo spiega molto bene nel suo ultimo libro, ‘Retrotopia’, Zygmunt Bauman, autore con cui non sono d’accordo praticamente su nulla, ma la cui diagnosi – come del resto quella di molti postmodernisti – non è completamente sbagliata.
Il tema del libro di Bauman, che lui riprende da Svetlana Boym, è l’epidemia di nostalgia nel mondo contemporaneo. Lo vediamo nel ritorno al tribalismo: l’individuo si percepisce come completamente avulso dallo stato e allora per darsi una identità si affida alla tribù e alla nostalgia del tempo mitico della fondazione. Non c’è alcun Leviatano, cioè alcuno stato che possa garantire pace e sicurezza, e quindi – afferma Bauman – si ritorna allo stato di natura.
Solo che Bauman, nell’ultimo capitolo, tira fuori che l’unica alternativa è il dialogo, e inizia un esagerato peana verso Papa Francesco… ma se tu hai scritto per tutta la vita che non ci sono pretese, che la società è liquida, che la cultura deve essere liquida, che non ci può essere niente di solido, nessun argine razionale o strutturale nell’approccio con l’altro, il tuo appello al dialogo è spuntato. Papa Francesco lo può fare perché ha dietro una rivelazione e un dogma, ma se togli questo fondamento o fai il gesto fideistico – e dipende con chi finisci – oppure hai bisogno, se non proprio di idee chiare e distinte, quantomeno di un criterio di riconoscimento del falso, del contraddittorio, del confuso. Che è quello che la modernità ha cercato fuori delle religioni, anche se senza escludere affatto l’esperienza religiosa.

Credo che questo sia un punto centrale, perché i postmodernisti sostengono che, al contrario, vi possa essere dialogo solo se rinunciamo alle nostre certezze assolute.
Ma il dialogo lo hai se rinunci alla violenza. E rinunci alla violenza se e solo se confidi almeno minimalmente nella ragionevolezza del confronto linguistico e dialettico. Il che comporta che nessuno possieda la verità – e questo lo ha detto la modernità – e che ciascuno sia chiamato all’esercizio razionale della critica. Se tu invece dici che non c’è alcun esercizio razionale che conduca non dico alla verità ma a un accordo, a qualcosa che possiamo ritenere condiviso fino a prova contraria, allora non esci mai dall’orizzonte della violenza. Il dialogo, nel postmodernismo, è impossibile: se nessuna verità è possibile per nessuno e ogni opinione ha lo stesso valore, come facciamo a parlare?

Un minimo di certezza di cui, si afferma nel saggio, si inizia ad avvertire il bisogno.
Il postmodernismo adesso è arrivato alle masse e per un po’ di anni continueremo ad avere questi movimenti fideistico-irrazionalistici, dal nazionalismo tribale al relativismo esasperato. Ed è un momento molto pericoloso. Ma le classi colte hanno iniziato a capire che così non va, e hanno cominciato a chiedere qualche punto irrinunciabile: un minimo di tolleranza, di dignità umana, di giustizia, di solidarietà, quelle cose che stanno scritte ad esempio nel Trattato di Nizza. È un cambiamento importante, che vedo dal mio punto di osservazione che sono gli studenti. Quindici anni fa arrivavano al primo anno di Filosofia completamente nichilisti e relativisti. Negli ultimi cinque anni la situazione si è completamente capovolta: ho studenti che arrivano con un bisogno spasmodico di certezze, se non già carichi di certezze loro, e se per caso fai un po’ il relativista ti saltano addosso, irritati dall’atteggiamento della nostra generazione, svagato e non impegnato verso le cose che contano.

Ripartire, ma tenendo comunque presente le critiche dei postmodernisti, oppure non si salva niente?
Non dovremmo commettere gli errori commessi nell’Ottocento che è stato un detour, un tradimento rispetto al progetto della modernità, progetto che fino al Settecento non era fare della scienza l’unico sapere valido, o della filosofia speculativa l’unico sapere totalizzante. Era un progetto critico, sui limiti di quel che possiamo sapere e di quello che possiamo sperare.
Il postmodernismo dovrebbe averci un po’ vaccinato contro la pretesa che uno di questi metodi – la scienza empirica o il concetto – cerchi da solo di squadernare l’intero. O almeno che, insieme all’ambizione di squadernare l’intero, ci sia anche la consapevolezza di porsi come un tentativo, mentre l’impressione, con l’idealismo di Hegel o il positivismo di Comte, è di un “arrivati a questo momento della storia non si può che pensare in questo modo, che questo è il compimento della libertà, o che il metodo scientifico spazza ogni cosa”. Nel neomoderno si riapre la possibilità di pensare e, anzi, si fa urgente la necessità di farlo in modo criticamente consapevole.

30.12.2017, 09:322017-12-30 09:32:21
@laRegione

Photogallery / Un anno di Lulo! (3)

Un anno di vicende mondiali raccontate con fine ironia dal nostro collaudato e apprezzato Lulo Tognola. Buon divertimento!

Un anno di vicende mondiali raccontate con fine ironia dal nostro collaudato e apprezzato Lulo Tognola. Buon divertimento!