Corsivi

9.1.2018, 09:382018-01-09 09:38:02
Luca Berti @laRegione

Il sito evolve per voi

Dalla nascita del nostro sito nell’ottobre del 2014 l’anno è cambiato quattro volte. Ma noi non abbiamo cambiato idea: siamo sempre convinti che nel marasma del web ci sia necessità di voci...

Dalla nascita del nostro sito nell’ottobre del 2014 l’anno è cambiato quattro volte. Ma noi non abbiamo cambiato idea: siamo sempre convinti che nel marasma del web ci sia necessità di voci autorevoli e di firme di cui fidarsi. Gli ingredienti sono gli stessi di allora: giornalisti professionisti e professionali e una testata di riferimento come ‘laRegione’. Il modo di farlo muta al mutare dell’online.

È questo lo spirito che ci guida, oggi come 38 mesi fa, nel lancio della nuova veste grafica del nostro sito. La nuova “messa in pagina”, visibile da stasera, coglie alcune esigenze di cambiamento emerse negli anni, mette a frutto i suggerimenti di colleghi e visitatori e conferma alcuni punti saldi. Primo tra tutti la scelta di non avere una redazione web propriamente dedicata: un modo per favorire il fatto che le notizie online vi giungano direttamente dalle persone che se ne stanno occupando per il giornale, senza soluzione di continuità.

Cambiano invece i colori e il posizionamento, e arriva la nuova app “laRegione online” per Android e iOS che affiancherà il giornale elettronico. La nuova applicazione, a differenza dell’e-paper, è dedicata alle informazioni del sito, ovvero a quelle notizie “in diretta” che la redazione propone sul web prima di occuparsene sul giornale. Oppure a quelle notizie che trovano una loro dimensione perfetta online grazie ad arricchimenti multimediali e interattivi. Ma anche ai commenti che fanno pensare e discutere. Il tutto con in mente l’obiettivo chiaro di continuare a portare sul web la stessa qualità che è propria della nostra testata, adattando lo stile di fruizione a quello snello e sempre più mobile dell’anno 2018.

Un accento maggiore è stato dato alla gerarchizzazione delle notizie, con le prime posizioni della ‘home page’ selezionate “a mano” con regolarità tra i temi più importanti. Continueremo d’altro canto come ora a pubblicare gli aggiornamenti sui social network, veri e propri portali d’entrata per le notizie. Social che negli ultimi anni sono diventati nuovo luogo di dialogo, di dibattito e confronto cui porre un orecchio attento non solo per moderare gli eccessi di alcuni leoni da tastiera, ma anche per carpire gli spunti, le opinioni e le critiche dei lettori.

E proprio perché ‘web’ significa anche facilità di contatto, la redazione è oggi ancora più facilmente accessibile: accanto alle normali e-mail e ai già citati social, tra i canali con cui interagire con noi è stato aggiunto un modulo web per condividere notizie e foto, nonché un numero Whats­App (079 383 60 10) con cui molti di voi hanno già potuto inviarci gli scatti dei disservizi successivi alla nevicata di dicembre.

Quello di oggi per noi non è però un punto d’arrivo. Piuttosto è un punto di partenza. Intanto perché nel mondo digitale chi si ferma è perduto. E poi perché le modifiche di impostazione, di grafica e di tecnica che introdurremo oggi grazie anche alla collaborazione con alcuni partner del gruppo, ci permettono di guardare più in là. Assieme ai colleghi stiamo discutendo come migliorare costantemente il modo di informarvi. E qualche idea l’abbiamo già. Buona lettura su www.laregione.ch.

9.1.2018, 07:002018-01-09 07:00:42
@laRegione

La vignetta di Lulo Tognola...

La vignetta di Lulo Tognola

La vignetta di Lulo Tognola

8.1.2018, 08:302018-01-08 08:30:02
Marzio Mellini @laRegione

Tra segnali e cattivi presagi lo si sentiva arrivare

Gli scricchiolii che giungevano dal Lido erano sinistri. Li si avvertiva chiaramente. Erano udibili, sia da parte di chi non si faceva illusioni, sia da coloro...

Gli scricchiolii che giungevano dal Lido erano sinistri. Li si avvertiva chiaramente. Erano udibili, sia da parte di chi non si faceva illusioni, sia da coloro – Michele Nicora in primis – che hanno lottato strenuamente contro l’inevitabile verdetto del pretore di Locarno: fallimento.

Una sentenza che – al netto delle possibilità che le bianche casacche hanno in sede di Appello – infligge un altro durissimo colpo al calcio ticinese, già duramente segnato dalle vicende del Lugano che fu di Jermini e dell’Ac Bellinzona spazzato via dalla gestione Giulini, e cancella la storia ultracenteraria di un sodalizio agonizzante da molte stagioni. Tenuto in vita dalla caparbietà di un presidente al quale vanno però imputati errori di gestione fatali, tali da compromettere il buon esito di un’operazione nella quale si imbarcò armato delle migliori intenzioni, ma senza i requisiti che fanno la differenza quando dalle parole e dalle migliori intenzioni si deve passare ai fatti. Encomiabile, ma ingenua, la più volte sbandierata volontà di restituire l’Fc Locarno ai locarnesi, di riavvicinare una piazza che si è invece progressivamente allontanata dal Lido, da una squadra che è scivolata nell’anonimato, sempre più giù, senza mai riuscire a ridestare in tifosi e appassionati un interesse che lasciasse presagire un ritorno di fiamma che invece non c’è mai stato.

Al di là delle beghe legali tra la vecchia e la nuova proprietà, sulle quali si chinerà la giustizia, il fattore che più ha inciso sulla fine ingloriosa delle bianche casacche sono gli errori di gestione della dirigenza facente capo a Nicora, vittima del suo stesso attaccamento, ahilui non contagioso. Niente interlocutori seri, solo promesse e qualche bozza di intesa, ma nulla di concreto che giungesse in aiuto di una squadra che non interessava né appassionava più. Se non chi era convinto di rinverdire fasti passati, mortificati dai recenti tonfi sportivi.

Con presupposti del genere, con società che non affondano più le radici nella terra di riferimento per trarne sostegno e sostentamento, il destino dell’Fc Locarno era scritto da tempo. Non il suo fallimento, forse, ma certamente il suo pesante ridimensionamento, al quale Nicora ha cercato di ribellarsi. Senza accorgersi che a lottare era rimasto solo. Solo e senza mezzi, se non la buona volontà. Finendo col credere anche a cordate fantomatiche, che altro non hanno fatto che gettare benzina sul fuoco delle speculazioni e delle false illusioni. Spettri sinistri che aleggiavano su quanto restava di una società che, chissà, un giorno troverà la forza di ripartire dal basso. Affinché non venga dilapidato del tutto un patrimonio socio-culturale, oltre che sportivo, costruito in più di un secolo di onorata attività. Tra gli alti e i bassi tipici di un club che ha toccato il fondo. Con scarse possibilità di riemergere.

8.1.2018, 08:002018-01-08 08:00:16
Aldo Sofia

Ma non contate su quel libro

Cosa c’è in “Fuoco e furia”, il best seller di Michael Wolff, che già non sapessimo di Donald Trump? Davvero poco. Ignoranza, incompetenza, inadeguatezza, narcisismo, infantilismo,...

Cosa c’è in “Fuoco e furia”, il best seller di Michael Wolff, che già non sapessimo di Donald Trump? Davvero poco. Ignoranza, incompetenza, inadeguatezza, narcisismo, infantilismo, instabilità, incapacità di concentrarsi anche per pochi minuti, refrattarietà a qualsiasi tipo di lettura, teledipendenza compulsiva a rischio di analfabetismo di ritorno. No, niente di veramente nuovo. E nemmeno sorprende che le fonti da cui l’autore (per la verità anch’egli controverso per metodi d’indagine giornalistica un po’ spicci) ha raccolto tutti questi devastanti giudizi stiano in quel covo di vipere che dal primo momento hanno circondato colui che praticamente definiscono l’“idiot in chief”, e che invece tronfiamente si considera non solo stabile e intelligente, ma addirittura “un genio”.

Al n. 1’600 della Pennsylvania Avenue, una corte dei veleni, un ring del tutti contro tutti, una rissa permanente che in meno di un anno hanno già provocato l’allontanamento, imposto o volontario, di circa un terzo del primo cerchio dell’amministrazione (che peraltro non è ancora al completo).

In testa ai rottamati, quello Steve Bannon, l’ultraconservatore “anima nera” della vittoriosa campagna elettorale, che sarebbe stato il principale ispiratore del giornalista Wolff, e che si permetteva di dare della ‘puttana’ a Ivanka, sua rivale e ambiziosa figlia maggiore del capo della Casa Bianca, ormai anche lei sull’orlo del “Russiagate”.

Per nulla divertente, ma decisamente inquietante, il ritratto della leadership di quella che rimane la prima potenza planetaria, con oltre seimila testate nucleari, e un presidente che in modo bambinesco replica al dittatore nord-coreano che il suo bottone atomico “è più grande e più potente”.

Eppure non saranno le pagine di “Fire and Fury” a rovesciare le sorti di questa presidenza, che merita soprattutto l’aggettivo di pericolosa: per la sua natura divisiva, l’ostinazione nel voler allargare il fossato intercomunitario e interrazziale, lo sdoganamento del suprematismo bianco e razzista, e sul piano internazionale la politica della prepotenza nei confronti degli alleati, delle minacce verso i più deboli, dell’ottusa ostilità al multilateralismo, delle mosse apparentemente ispirate più all’ossessione anti-Obama che a un nuovo disegno politico-strategico. Nonostante tutto, Donald Trump ha ancora abbastanza alleati a fargli da scudo: un elettorato testardamente convinto di aver scelto l’uomo del suo riscatto sociale, un mondo economico-imprenditoriale-finanziario beneficiato dalla generosità dei suoi tagli fiscali e dalla deregolamentazione, la colpevole acquiescenza del partito repubblicano, persino un Putin politicamente trionfante e uno Xi Jinping sornione che hanno tutto l’interesse a non contrastare un capo dello Stato americano che, al di là della retorica, è stato finora molto generoso nel lasciare a russi e cinesi l’iniziativa diplomatica sullo scacchiere internazionale.

No, non sarà un libro, probabilmente nemmeno un impeachment, e ancor meno il palmarès mondiale delle bufale a condannarlo.

Ma, come ammonisce il Nobel Paul Krugman, soltanto le urne potranno farlo. Monito per il partito democratico.

Che a due anni dall’imprevista sconfitta elettorale, e a dieci mesi dalle Midterm election, appare ancora stordito, disoriento, privo di profilo, strategia e leadership.

8.1.2018, 07:102018-01-08 07:10:20
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

5.1.2018, 10:232018-01-05 10:23:49
Aldo Bertagni

Se la politica perde l’anima

La politica non naviga in buone acque e annasperà senz’altro anche nel 2018 (cinquantesimo di quel Sessantotto che si diceva realista perché chiedeva l’impossibile…). Ha ragione da...

La politica non naviga in buone acque e annasperà senz’altro anche nel 2018 (cinquantesimo di quel Sessantotto che si diceva realista perché chiedeva l’impossibile…). Ha ragione da vendere Manuele Bertoli, presidente del Consiglio di Stato ticinese – vedi l’intervista a pagina 3 – nel sostenere che il “prodotto” politico oggi guarda più al marketing che non ai partiti per essere “venduto” nella democrazia dei consumatori (dove questi ultimi contano di più dei produttori e qualcosa vorrà pur dire). Ma tutto sommato il contenuto elettorale in particolare è sempre stato prodotto di consumo elargito a grandi mani a seconda dei mezzi a disposizione: con gli slogan sui manifesti di carta attaccati ai muri ieri, sui social oggi; con i comizi in piazza ieri, nelle multiformi espressioni video oggi. Per quanto una differenza c’è eccome, fra il secolo scorso e l’attuale (che ha raggiunto la maturità col diciottesimo anno) ed è profonda, strutturale, perché ha minato, distrutto, due pilastri della partecipazione civile ancor prima che politica. Chiamiamoli per nome: “sovranismo” e “sfiducia”. Il primo, che vede nella propria identità l’unica ragione di sopravvivenza e magari progresso, è figlio della crisi ideologica e ha origini profonde non per forza simili da un Paese all’altro. Anzi. Ogni realtà locale, regionale, ha da sempre buoni motivi per sentirsi estranea a qualcuno o qualcosa. Vale soprattutto per coloro che hanno perso un’identità professionale e dunque l’orgoglio di sentirsi parte attiva di un progetto. Vale anche per chi è cresciuto bene e a lungo con le proprie tradizioni apparentemente immutate (poi, in realtà, non è mai così ma conta la percezione) e oggi teme il caos sociale e culturale. Ma motivo di risentimento è soprattutto il fatto di aver perso la propria “anima” o magari non averla mai avuta e solo sfiorata, dopo anni di sacrifici e speranze.

Un grande popolo alla deriva che rimprovera l’élite, la classe dirigente, di alto tradimento. L’esplosione del sovranismo è figlia della sfiducia che in questi anni si è sciolta come neve al sole; sfiducia nei partiti già portatori di idee e sentimenti, nella politica già bandiera identitaria. Sfiducia per la sicurezza persa e non più garantita da coloro che – proprio perché democraticamente eletti – avrebbero dovuto preoccuparsi esclusivamente del benessere sociale. È così in Europa, è così anche (e molto) in Canton Ticino.

Mutato il protagonista sociale – ieri il produttore di beni (come l’operaio) oggi il consumatore degli stessi – più che a una “democrazia del pubblico” (anteposta a quella dei cittadini protagonisti e responsabili) si direbbe prevalere una “monocrazia dissacrante” dove la partecipazione è spesso divertimento virtuale e soggettivo. Dove uno vale uno, e cioè niente. Un unico corpaccione che fluttua nel grande mare digitale dove vive ogni genere di pesce e dove il presente è eterno. Perpetuo.

Oggi non solo la politica è cosa per gli esperti di marketing, ma noi stessi – uomini del terzo millennio – ci siamo trasformati da orgogliosi produttori a prodotti inconsapevoli e a ben vedere anche in consumatori ingenui che continuano a delegare ad altri (oggi ai BigMedia) la propria voglia di emancipazione. Solo che ieri potevamo almeno controllare ed eleggere il vertice-guida, condizionandolo ogni tanto, mentre oggi sempre più spesso disertiamo le urne e ci limitiamo a un commento dissacrante come se davvero una risata fosse capace di seppellirli. Non era vero ieri, non lo è manco oggi.

5.1.2018, 10:222018-01-05 10:22:26
Lorenzo Erroi @laRegione

Distruzioni per l’uso - Italia, poco lontano

“22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine vince la Germania”. Questo il calcio, secondo l’attaccante inglese Gary Lineker. Definizione perfetta anche...

“22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine vince la Germania”. Questo il calcio, secondo l’attaccante inglese Gary Lineker. Definizione perfetta anche per l’ultima legislatura in Italia, 2013-2017. Iniziata dopo che la bancarotta politica del berlusconismo aveva rischiato di diventare bancarotta economica, e dopo il commissariamento da parte di Mario Monti, ragionevole emissario di Berlino e Francoforte. Ne sono seguiti cinque anni di governi assortiti, fra l’anemia di Enrico Letta e Paolo Gentiloni e l’egemonia di Matteo Renzi (“la vita è un pendolo che oscilla fra il dolore e la noia”: aveva ragione, Schopenhauer). Una serie di lotte fratricide e grandissime coalizioni dal minuscolo programma. Con un climax teatrale a fine 2016: la bocciatura della riforma costituzionale, che Renzi aveva ridotto a referendum su se stesso.

Adesso, con le elezioni già a marzo, si rischia di replicare. La scena politica è una riedizione abbastanza fedele di quella del 2013, anche se i tratti dei figuranti si sono fatti più grotteschi. Tendenza rafforzata da un sistema elettorale dadaista, che nella sua improvvisazione incoraggia ogni tipo di boutade, trasformismo e matrimonio d’interesse. Si prospetta la solita guerra civile a bassa intensità, con un’Italia zoppa subordinata ad altri Paesi (la colpa, sia ben chiaro, non è della Merkel o di Schäuble: per quanto si possa ritenere scellerata la gestione austerista della crisi, l’Italia è causa del suo male. Pianga se stessa).

Autoritarismo grillino

Beppe Grillo – che cinque anni fa umiliò in streaming Bersani e la sua ricerca di valide alleanze – è oggi a capo del primo partito d’Italia. O meglio ‘movimento’, come si definiscono molti post-partiti della post-verità, leghe nostrane in primis; e come si definiva il Movimento Sociale Italiano, erede del fascismo. Le coincidenze.
In nome della ‘gente’, i capibastone 5 Stelle hanno eliminato qualsiasi adesione a regole democratiche. Tanto che alla scelta online dei candidati è stato imposto un ‘codice etico’ con vincolo di mandato: in pratica, chiunque fosse eletto nelle liste del MoVimento 5 Stelle e poi ne prendesse le distanze dovrebbe pagare 100mila euro “quale indennizzo”. Smaccata violazione della Costituzione – ma non la definivano “la più bella del mondo”, quando gli faceva comodo contro Renzi? –, la quale esclude categoricamente il vincolo per evitare che i partiti diventino padroni del Parlamento: è all’elettore, non al partito, che risponde il parlamentare. “In un Paese più serio del nostro sarebbero deferiti alla giustizia ordinaria per attentato alla Costituzione”, ha tagliato corto Giuseppe Turani.

Quanto al programma di Grillo, al dadaismo si sostituisce il cubismo: si vedono tutti i lati dello stesso volto ritratti da una parte sola. Sempre Turani: “Hanno idee confusissime e balorde su qualsiasi cosa (sì euro, no euro, sì Nato, no Nato, reddito di cittadinanza ecc.)” Chiosa Alberto Ventura: “C’è chi dice non. Il non-partito col suo non-statuto alla fine non fa altro che non-politica” (‘Volgare eloquenza’, Laterza 2017).

Egemonia destrorsa

Una feroce alternativa viene dalle destre – la Lega, il sempiterno Berlusconi, i neofascisti di Giorgia Meloni – che presi singolarmente hanno meno voti di Grillo, ma potrebbero affermarsi come coalizione, sempre che si mettano d’accordo su chi comanda (un’ipotesi, quella della coalizione, che Grillo stesso ha furbescamente smesso di escludere a priori). Già prima del grillismo, queste formazioni hanno imposto una nuova egemonia culturale: quella basata sul nazionalismo e sul senso di assedio, lo stesso che domina ogni minuto di informazione Rai e Mediaset; veri e propri bollettini di una guerra mai esistita, nella quale le notizie sugli immigrati si inventano e le statistiche sulla criminalità si deformano, pur di giocarsela tutta su un paranoico “noi contro loro”. Come se il problema principale in Italia fossero i siriani e i rumeni, e non quarant’anni di mancate riforme economiche, politiche e sociali. Meglio preoccuparsi di affondare lo Ius soli, che voleva dare la cittadinanza a persone nate e cresciute in Italia: si vede che serviva un’ulteriore definizione di ‘spregevole’, al dizionario.

Comunque sia, quell’egemonia ha scavalcato da tempo i recinti delle feste padane e del fascismo romano. Il critico letterario Walter Siti lo spiega bene: “Pasolini aveva previsto che la borgata si sarebbe imborghesita, io credo che la borghesia si sia imborgatata”.

Quale sinistra?

Poi c’è il fronte progressista. Che dopo la vittoria della fronda antirenziana si è lanciato in una serie ubriacante di scissioni a sinistra. Col presidente del Senato Pietro Grasso a sfruttare il suo ruolo per inventarsi un partito (‘Liberi e uguali’: sembra una lacca per capelli sovietica). E col solito proliferare di siglette: ‘Movimento democratico e progressista’, ‘ Sinistra Italiana’, ‘Possibile’. Manca l’Avanguardia delle bocciofile maoiste, poi ci sono tutti. Accomunati da una concezione del mercato del lavoro e della società ferma agli anni 70.

Resta il Partito Democratico di Renzi, solo e abbandonato. Che per non annegare fa spesso il verso alla destra, rigurgitando perfino l’assurdo “aiutiamoli a casa loro” (leggete l’ultimo libro di Renzi, compagni masochisti). Parlando di “casta” e di “privilegi della politica”. Sposando, insomma, l’immaginario delle destre, senza preoccuparsi del fatto che la ‘gente’ preferisce l’originale. Il Pd rischia così di doversi affidare, per provare a governare, a una coalizione-fotocopia con una serie di imbonitori pseudomoderati, simili a quelli che si è dovuto prendere in casa all’ultimo giro (gente come Angelino Alfano, per capirci). Viene da scomodare ‘Aspettando Godot’: “Non accade nulla, nessuno arriva, nessuno se ne va, è terribile!”. Poi alla fine vince la Germania, guarda un po’.

5.1.2018, 07:102018-01-05 07:10:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

4.1.2018, 08:512018-01-04 08:51:31
Matteo Caratti @laRegione

Embè papà, se del caso ‘resettiamo’

Ha fatto bene o male il consigliere federale Ignazio Cassis a dare una ripulitina al proprio profilo Twitter? Non credevo che l’interrogativo potesse interessare – diciamo...

Ha fatto bene o male il consigliere federale Ignazio Cassis a dare una ripulitina al proprio profilo Twitter?
Non credevo che l’interrogativo potesse interessare – diciamo così – la plebe. E invece, dopo un’uscita sui campi da sci, al calduccio nel bar è sorta una discussione animata al tavolo accanto. Diciamo subito che a venirne fuori (si fa per dire) con le ossa un pochino rotte è stato il buon Cassis per un semplice motivo. Dixit uno degli avventori: ‘Se cancella… ha qualcosa da nascondere e non è buon segno!’.
A dire il vero, pensare di cancellare dalla rete un messaggio (che è già diventato di dominio pubblico) è opera ardita, se non pressoché impossibile. Tanto più se si è un personaggio pubblico, come lo è un ministro degli Esteri.

Ci sarà già infatti chi ha salvato da qualche parte quello che Ignazio Cassis nelle vesti di consigliere nazionale o di capogruppo Plr ha scritto e commentato mesi e anni addietro. E al momento giusto, anche se si è andati di ‘reset’ (o social cleaning), i contenuti potrebbero risaltare fuori.
Quindi la tavolata, anche se fra i presenti non mancava qualche fedelissimo Plr pronto a difendere il ministro, ha finito per bollare la scelta come inopportuna.

Per non farsi ‘prender via’, alimentando inutili polemiche, sarebbe bastato chiudere il proprio ‘vecchio’ profilo da parlamentare e aprirne uno nuovo da ministro. ‘Ma è proprio per quello – ha allora rilanciato un fan del neoministro – che Cassis va difeso e premiato, perché non è ricorso a inutili sotterfugi. Certo, avrebbe potuto aprire un nuovo profilo, ma lui ha preferito non rinnegare il suo passato, almeno non completamente, e assumersi anche il rischio di venir criticato. La sua scelta è stata dettata dalla volontà di non esporre né sé, né la sua nuova funzione a critiche. In definitiva lo ha fatto anche per difendere l’istituzione che rappresenta’. Sarà.
‘Il problema – ha infine rilanciato uno che, presumo, segua la politica federale – è che Cassis ha già compiuto alcune scelte pensando sin troppo di curare la propria immagine, esponendosi però spesso a critiche’.

Evidente il riferimento alla promessa di premere il tasto ‘reset’ nei negoziati con l’Unione europea, fatta per ingraziarsi l’Udc (e non solo) in vista dell’elezione in governo. Promessa che, assunta la responsabilità degli Esteri, potrebbe creare un certo imbarazzo fra Berna e Bruxelles. Della serie: ma con quale Cassis negoziamo?
Altro esempio? La restituzione del passaporto italiano prima dell’elezione, ma poi sceglie di fare la sua prima visita all’estero proprio a Roma. E non da ultimo l’iscrizione (in segreto) alla Pro Tell (la potente lobby delle armi) e il suo dietrofront, solo un mese dopo, una volta che l’adesione è divenuta di dominio pubblico. Ora, dulcis in fundo, vi sono i messaggi cancellati…

Ecco perché in apertura abbiamo detto che la tavolata ha infine concluso, malgrado non mancassero gli ‘avvocati difensori’, di considerare infelice l’opzione ‘delete’.
Uscendo dalla politica osiamo aggiungere un’altra riflessione. Fino a ieri abbiamo detto ai figli di fare attenzione a cosa postano, a cosa comunicano sui social. Perché poi, divenuti ‘grandi’, ‘verba volant, scripta manent’. Non vorremmo che ora l’autorevole cancellazione faccia scuola, e sentirci dire da loro: ‘Noi postiamo quello che vogliamo, e se del caso, resettiamo’.
Se lo ha fatto uno dei più illustri ticinesi del momento…

4.1.2018, 07:102018-01-04 07:10:41
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

3.1.2018, 08:052018-01-03 08:05:10
Silvano Toppi

Felicità, avere o essere?

La felicità non consiste nell’acquistare e godere, ma nel non desiderare nulla, perché consiste nell’essere liberi. Così ci ammoniva duemila anni fa Epitteto nel suo famoso Manuale, ottima...

La felicità non consiste nell’acquistare e godere, ma nel non desiderare nulla, perché consiste nell’essere liberi. Così ci ammoniva duemila anni fa Epitteto nel suo famoso Manuale, ottima lettura natalizia (Einaudi). Cosa da non crederci. Mai tanto inascoltato come oggi. Perché all’economia, nella quale siamo avviluppati, interessano proprio i desideri tradotti in bisogni, anche fittizi, da acquistare. L’economia ha in astio la felicità, se la felicità significa appagamento.

Verso la conclusione di un anno un rapporto ci informa sullo stato di felicità nel mondo (World Happiness Report 2017). 126 Paesi indagati, molti grafici, i ricercatori, tutti operanti in illustri università, preoccupati di dire che il metodo è rigoroso. I dubbi su questo tipo di inchieste abbondano e nutrono dibattiti tra filosofi, psicologi ed economisti. Questi, come disciplina comanda, sono più interessati al portamonete, ritenendo che la felicità ne sia una conseguenza.

La Costituzione federale non arriva a porre la “ricerca della felicità” tra i diritti inalienabili (come fa la Dichiarazione di indipendenza americana). Ci dice che “libero è soltanto chi usa della sua libertà” (ma bisognerebbe poterla usare) e che “la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri” (il benessere non è quindi solo economia).

Nella graduatoria della felicità la Svizzera è collocata al quarto posto, dopo tre Paesi nordici. Se diamo fiducia al rapporto, che si fonda su parametri oggettivi (reddito pro capite, supporto sociale e solidarietà, salute e aspettativa di vita, libertà di scelta, corruzione ecc.), ma anche sulla percezione soggettiva della felicità (graduata da uno a dieci, attraverso migliaia di inchieste), che cosa potremmo ricavarne di significativo, tra un anno e l’altro?

Che il denaro c’entra nella felicità, anche se non può acquistare tutto. In Svizzera devono far inorridire quei 15mila dollari all’anno dati come soglia necessaria per costituire una garanzia di sicurezza economica. L’80 per cento del pianeta naviga però sotto quella soglia. Quindi la felicità, da questo punto di vista, è molto circoscritta.
Non c’è obbligo di parteciparla. Diventa un’assurdità economica perché impedisce ai desideri fatti bisogni di essere acquistabili.

C’è poi una conferma del famoso “paradosso di Easterlin” (dall’economista che l’ha scoperto): la felicità delle persone dipende molto poco dalle variazioni di reddito; quando aumenta il reddito e quindi il benessere economico la felicità cresce ma fino a un certo punto, poi cala, insoddisfatta. Contano molto di più i fattori sociali, la solidarietà, la possibilità di realizzare i propri desideri, la qualità di vita offerta, l’ambiente.

Un lavoro stabile ed appagante risulta sempre un fattore essenziale della felicità in tutti i Paesi del mondo. Il deterioramento della felicità negli ultimi dieci anni (in 70 Paesi su 126) è più rilevante là dove sono state adottate terapie neoliberiste, anti-lavoro.

Più che lo stato della felicità nel mondo, abbiamo uno specchio delle cause economiche e sociali che travagliano gli uomini.
Con una constatazione singolare che balza all’occhio scorrendo statistiche e grafici: la taglia del Paese fa la sua felicità; più il Paese è piccolo più alto è il suo quoziente di felicità.
Un ritorno al piccolo è bello. Come la Svizzera.

3.1.2018, 07:102018-01-03 07:10:23
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

2.1.2018, 07:552018-01-02 07:55:00
Roberto Antonini

Le origini di un crepuscolo

“Come può crollare la civiltà occidentale” a firma Rachel Nuwer è stata, tra le inchieste giornalistiche della Bbc, una delle più significative e apprezzate dell’anno appena trascorso. L’...

“Come può crollare la civiltà occidentale” a firma Rachel Nuwer è stata, tra le inchieste giornalistiche della Bbc, una delle più significative e apprezzate dell’anno appena trascorso. L’indagine si muove sul filo della storia, partendo dalla caduta dell’impero romano nel V secolo d.C., per parlare del presente e dell’immediato futuro.
Dal passato possiamo apprendere, secondo la teoria dello storico americano Joseph Tainter, che l’incremento della complessità necessita di grandi energie politica e sociale, senza le quali la civiltà crolla. Lo stesso mantenimento dello statu quo esige uno sforzo crescente. Più il mondo è interconnesso, più i problemi richiedono interventi articolati e una visione di lungo periodo.

Il paradosso della nostra contemporaneità consiste proprio nella discrepanza crescente tra la realtà complessa e il potere politico vieppiù nelle mani dei populismi – siano essi di destra o di sinistra – rassicuranti nelle loro semplificazioni, nei loro prêt-à-porter nazionalistici e/o ideologici, ma proprio per questo inadatti di fronte alle grandi sfide epocali.

Tra gli elementi che storicamente accelerano maggiormente il declino delle civiltà, sostiene il teorico dei sistemi complessi Safa Motesharrei, vi sono la stratificazione sociale e il rapporto con l’ambiente (risorse disponibili). Le più recenti statistiche lasciano pochi dubbi al riguardo: le otto persone più ricche al mondo possiedono un patrimonio equivalente a quello di tre miliardi e 600 milioni di persone (rapporto della Ong britannica Oxfam), mentre il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile del 90% dell’inquinamento.

L’esplosione delle disuguaglianze, in buona parte conseguenza dei processi di privatizzazione e deregolamentazione, è pressoché universale e particolarmente dirompente in India, Russia o Cina. Statistiche, inchieste, conferenze (come quella di Parigi sul clima) non fanno che attestare una situazione globalmente insostenibile. Perché allora i governi non forniscono quelle scelte razionali che lo spettro del disastro imporrebbe? Perché, si chiedeva l’intellettuale americano Noam Chomsky poco più di un anno fa, l’elettorato americano di fronte alla doppia prospettiva di catastrofe (nucleare e ambientale) ha scelto l’opzione peggiore (Trump)?

Interrogativi le cui risposte convergono su alcune ipotesi, prima fra tutte quella semplice che fornisce ancora il professor Motesharrei: i costi a corto termine sono più alti intervenendo che non intervenendo. Nella postmodernità dove l’indignazione tende a essere priva di progetti e dove l’estetica dei consumi sembra aver sostituito l’etica, la politica, anche per la tempistica dettata dai calendari elettorali, si iscrive proprio nell’ottica del corto termine. La narrazione vincente è quella del guadagno immediato: meno costi, meno tasse, più vantaggi materiali individuali. Il tutto spesso infarcito di retorica nazionalistica.

In sottotraccia il mantra: meno Stato, meno servizio pubblico, meno bene comune. Più libertà. La politica, prima vittima di quei processi di globalizzazione che hanno spostato la sovranità sul fronte dei mercati, sarà un giorno in grado di ritrovare il passo necessario per gestire la complessità delle nostre società? Una domanda che potrebbe essere formulata anche così: il canto delle sirene dei populismi si protrarrà a lungo? Qualche risposta forse dalle urne, nella serie di elezioni che contrassegneranno il nuovo anno; dall’Italia, alla Russia agli Stati Uniti.

2.1.2018, 07:102018-01-02 07:10:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

30.12.2017, 10:052017-12-30 10:05:00
Marzio Mellini @laRegione

Picco di emozioni con i grandi eventi

Non che il 2017 sia da archiviare come un anno privo di interesse, dal punto di vista sportivo, ma è innegabile che l’assenza di un vero e proprio grande evento consegni i dodici...

Non che il 2017 sia da archiviare come un anno privo di interesse, dal punto di vista sportivo, ma è innegabile che l’assenza di un vero e proprio grande evento consegni i dodici mesi che ci apprestiamo a salutare a una normalità senza i grandi picchi – emozionali e di risultati – che solo le rassegne mondiali o olimpiche sanno regalare.
L’atletica ha congedato Usain Bolt, uno che l’atletica stessa ha segnato con la sua sola presenza, oltre che con gli straordinari tempi e record. Il tennis, che per qualche mese ci aveva fatto lo sgarbo di privarci di Roger Federer, ce lo ha restituito più bello e più vincente di prima. Non possiamo che essere riconoscenti a una disciplina che si aggrappa ancora a certezze ormai datate, capaci però di appassionare più di quanto riesca a fare il nuovo che avanza, pur non soppiantando il vecchio che regge. L’usato sicuro che non tradisce mai, entrato nel cuore della gente, per non uscirvi mai più.
Non è stato a guardare, lo sport. Tante ne propone e ne regala, che non esiste stagione senza nuovi capitoli di una storia infinita, zeppa di imprese epiche. Una storia macchiata sì da nefandezze quali il doping, capace però di ridarsi un contegno e di rilanciarsi, allo scopo di essere tramandata a suon di risultati e record, non di colpi bassi o magheggi sporchi.

Il picco di interesse, però, lo si registra in occasione delle manifestazioni che catalizzano l’attenzione di sportivi e appassionati, del grande pubblico. Storicamente, lo dicono le statistiche (lo confermano le affluenze), la gente subisce il fascino intatto di Olimpiadi e Mondiali di calcio. Ne assorbe i contenuti emotivi, ne viene contagiata. Non tanto dallo sfarzo e dai lustrini dei cerimoniali d’apertura, bensì dalle competizioni, dalle partite, dalle imprese degli atleti. Dall’essenza stessa del grande torneo. La quale prescinde – fortunatamente – dall’esplosione dei costi, dalla portata di fenomeni economici anche un po’ fuori controllo, per quanto specchio dei tempi, nel quale l’esagerazione è costretta a guardarsi.

È anno pari, il 2018, e quindi è l’anno dei cinque cerchi olimpici e del calcio alla sua massima espressione, quello delle Nazionali impegnate nella Coppa del mondo, definizione che più del termine “Mondiali” rende bene l’ampiezza di un fenomeno planetario, l’evento sportivo per eccellenza, quello che più di tutti riesce a coinvolgere, a muovere le folle, ad accendere passioni e pulsioni.

Sarà l’anno della Coppa del mondo di calcio, con la Svizzera di Petkovic. Sarà l’anno dei Giochi olimpici invernali, con tanti campioni in grado di tenere alti i colori rossocrociati. Due potenti magneti capaci di attirare l’attenzione, generatori di attese spasmodiche che si trasformano in passione, quando si entra nel vivo delle competizioni che contengono. Appuntamenti tradizionali ma sempre attuali, che impreziosiscono un’offerta ricca e variegata.

Per tornare a Federer, è l’unico che può permettersi il lusso di competere, se la mettiamo sul piano delle emozioni e delle attese. Tutto il resto del programma sportivo, per quanto degno e meritevole di essere visto e raccontato, nel 2018 scivolerà in secondo piano.

30.12.2017, 08:552017-12-30 08:55:00
Daniela Carugati @laRegione

Quando le mafie bussano alla porta non bisogna aprire

Facciamocene una ragione. Piaccia o no. La ’ndrangheta è arrivata anche da noi, in Ticino; anzi, direttamente sulla piazza chiassese. Non che non lo si sapesse...

Facciamocene una ragione. Piaccia o no. La ’ndrangheta è arrivata anche da noi, in Ticino; anzi, direttamente sulla piazza chiassese. Non che non lo si sapesse già prima o per lo meno che non lo si sospettasse. Certo è che la sentenza pronunciata ieri dalla Corte del Tribunale penale federale, presieduta dal giudice Giuseppe Muschietti, ha messo un’altra pietra miliare sul cammino verso la nostra consapevolezza. E forse ce n’era pure bisogno.

Un verdetto di primo grado, quello consegnato alle cronache, che pesa, di sicuro sugli imputati – entrambi condannati –, ma che grava anche sulla stessa piazza finanziaria locale. Tanto più che i fatti si sono consumati giusto l’altro ieri, fra il 2012 e il 2014. Ovvero in un periodo in cui leggi e regole – soprattutto sul riciclaggio di denaro – erano ormai chiare e conclamate.

Eppure l’uomo di fiducia del clan è riuscito a passare il confine, a comprarsi casa (a Vacallo) e a staccare pure un permesso B – il permesso di dimora –, e con documenti di facciata, per lui e uno dei fratelli del boss. Eppure un professionista riconosciuto proprio da quella stessa piazza locale, a mente dei giudici si è prestato a fare da intermediario, mettendo in campo una strategia utile a piazzare e investire denaro riconducibile alla cosca, quindi al provento di narcotraffico e usura. E tutto ciò nonostante, come rimarcato dal presidente della Corte, avesse gli strumenti per starsene alla larga da quei personaggi che si era ritrovato un giorno del marzo 2012 in ufficio. Questa vicenda giudiziaria non si esaurirà qui: questo è molto probabile. L’ex fiduciario, che da sempre si professa innocente, c’è da credere che impugnerà il verdetto. Una volta di più, però, la giustizia sorretta da leggi e sentenze è riuscita a gettare una luce sulle ombre e a scrivere la sua verità. E lo ha fatto squarciando il velo dell’omertà e colpendo là dove fa più male, in particolare alle organizzazioni criminali come la ‘’ndrangheta: la ‘roba’, il denaro. Due regole d’oro di cui uomini di Stato morti, appena al di là del confine, proprio per essersi messi di traverso alle mafie hanno insegnato l’importanza.

Perché non è vero che i soldi non hanno odore. Quelli della criminalità organizzata puzzano, eccome. Bisogna stare all’erta e avvertirne il tanfo. Per tempo.

30.12.2017, 07:102017-12-30 07:10:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

29.12.2017, 09:052017-12-29 09:05:00
Erminio Ferrari @laRegione

Un voto senza meriti

L’epilogo della legislatura italiana chiusa ieri dal presidente Mattarella è stato tutto sommato coerente con il suo avvio. Nata nell’incertezza determinata da un risultato elettorale che non...

L’epilogo della legislatura italiana chiusa ieri dal presidente Mattarella è stato tutto sommato coerente con il suo avvio. Nata nell’incertezza determinata da un risultato elettorale che non assegnava alcuna maggioranza a un partito o a una coalizione, la diciassettesima legislatura si esaurisce proiettando un identico disordine su quella che seguirà. Nell’uno e nell’altro caso anche a causa di una legge elettorale concepita per battere l’avversario piuttosto che per garantire rappresentazione equa alle diverse istanze presenti nel Paese, da un lato, e governabilità, dall’altro.

Aperta dalla buffonesca messinscena dello streaming imposto dai 5Stelle al Bersani incaricato di sondarne la (in)disponibilità a formare una maggioranza; si è chiusa con un atto di codardia del Pd, che si è dato alla fuga impedendo la votazione sullo “Ius soli”, legge di elementare civiltà, che accorderebbe, con moltissima cautela, la cittadinanza ai nati sul suolo italico.

C’è una certa coerenza anche in questo finale: il Pd dell’innocuo smacchiatore di giaguari Bersani non c’è più; ne restano un surrogato – legato mani e piedi a Matteo Renzi, vanesio dilapidatore dell’ingente capitale di consensi di cui lo stesso partito, nonostante tutto, godeva – e un indefinito blocco di “fuoriusciti”, di cui non si conosce un programma, ma è ben chiaro il risentimento nei confronti del Renzi medesimo.

Va da sé che un bilancio della legislatura riguarda soprattutto chi è stato al governo: le leggi riguardanti i diritti individuali come le unioni civili o il cosiddetto “fine vita”, e quelle più “sociali” dalla riforma del lavoro (jobs act, nella parlata di Renzi) alla “buona scuola”; una riforma costituzionale affossata, e una nuova, immancabile, legge elettorale. Ciascuno le collocherà tra le voci in attivo o quelle passive, a seconda del proprio orientamento; e chi ne capisce davvero potrà distinguere tra casualità e merito nel constatare il leggero miglioramento della situazione economica. A nessuno, in ogni caso, potrà sfuggire come la gestione politica di questo scenario sia stata catastrofica. Dall’imboscata tesa a Romano Prodi candidato Pd alla presidenza della Repubblica e fatto fuori da 101 franchi tiratori del suo stesso schieramento; al patto contro natura con Berlusconi; all’arroganza suprema di un Renzi che ha voluto trasformare in plebiscito su se stesso il referendum costituzionale, venendone travolto; al mesto vaudeville da Prima Repubblica di un governo che ha consumato i suoi giorni appoggiandosi al bastone infido del partitino di Alfano, che vale una cicca nel Paese, ma detiene un immenso potere di ricatto a Roma. Finendo tutto ciò per tradursi nel miglior argomento per la propaganda elettorale di un’opposizione che di suo non ha merito alcuno, disputandosi semmai il primato di oscenità politica tra i fascioleghisti à la Salvini-Meloni, un Berlusconi estratto dalla formalina (e tuttavia sempre lui: dal milione di posti di lavoro ai mille euro a chi ne ha bisogno), e il ‘fighettismo’ supponente, non si sa se più ignorante o opportunista, della costellazione grillina.

Poteva finire peggio? Sì, ma è una banale consolazione. Anzi, è sbagliata la domanda. Si poteva semmai evitare il peggio. A partire dalla seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Pietro Grasso, che ancora investito della carica è andato in tv a mostrare il simbolo della lista elettorale costituita attorno alla propria persona. Ecco, se anche le brave persone confondono ruolo e propaganda, non c’è da stare allegri. Con tutto che essere una brava persona non è ancora un programma politico. Su che cosa verrà chiesto agli italiani di votare?

29.12.2017, 07:102017-12-29 07:10:00
@laRegione

La Vignetta di Lulo Tognola...

La Vignetta di Lulo Tognola

La Vignetta di Lulo Tognola

28.12.2017, 10:002017-12-28 10:00:08
Ivo Silvestro @laRegione

Il segreto dei Frontaliers

I Frontaliers hanno battuto Star Wars al botteghino. Un risultato non inatteso: vuoi perché il colossal hollywoodiano era già nelle sale da un po’, vuoi perché nel periodo natalizio il...

I Frontaliers hanno battuto Star Wars al botteghino. Un risultato non inatteso: vuoi perché il colossal hollywoodiano era già nelle sale da un po’, vuoi perché nel periodo natalizio il pubblico cinematografico è diverso da quello del resto dell’anno e cerca principalmente svago e divertimento, vuoi perché le produzioni legate al territorio incuriosiscono sempre, ci si aspettava che la commedia con protagonisti la guardia di confine Loris J. Bernasconi e il frontaliere Roberto Bussenghi avrebbe superato, nei cinema ticinesi, l’ultimo capitolo della saga di Guerre Stellari. Del resto, due anni fa sempre Star Wars venne superato da ‘Qua Vado?’ di Checco Zalone il cui film precedente, ‘Sole a catinelle’ del 2013, venne a sua volta battuto nel Nordest dal friulano ‘Zoran, il mio nipote scemo’ con Giuseppe Battiston e il “nostro” Teco Celio, curiosamente interprete anche di ‘Frontaliers disaster’.

Tuttavia stupisce, per i Frontaliers, l’ampiezza della vittoria: con oltre 7500 spettatori, ha praticamente doppiato ‘Star Wars: Gli ultimi Jedi’, “fermo” a tremila spettatori. Un successo che non si spiega solo con i motivi evidenziati prima (cioè l’effetto novità, il periodo natalizio e la curiosità per le produzioni locali). Un altro fattore da prendere in considerazione è la qualità del film diretto da Alberto Meroni e prodotto da Inmagine Sa e Rsi: è, seppur con i limiti di una produzione locale, un bel film, che riesce ad andare oltre le scenette comiche. Ma lo stesso si può dire di altre “fatiche cinematografiche” ticinesi, non solo documentaristiche, per cui c’è anche dell’altro. Come la popolarità della coppia Bernasconi/Bussenghi – e dei loro interpreti Paolo Guglielmoni e Flavio Sala – che da più di dieci anni divertono il pubblico, facendo oltretutto ironia (e autoironia) su un tema caldo come quello dei frontalieri, per quanto sempre evitando accuratamente di fare satira politica.

Siamo insomma di fronte al classico caso “più unico che raro”, per cui non si può certo festeggiare la trasformazione del Ticino in cantone cinematografico, sia per chi il cinema lo vede, sia per chi il cinema lo fa. Qualche indicazione la si può comunque trarre, da questo successo. La prima riguarda le sale cinematografiche, da anni alle prese con un generale calo degli spettatori. Colpa, si dice, dei prezzi troppo alti e della concorrenza dell’offerta online. Eppure vediamo che se al cinema arriva qualcosa di un po’ originale che si discosta dalla solita programmazione, il pubblico in sala ci va, anche senza “barare” con il biglietto a 5 franchi della Giornata del Cinema. Una seconda riflessione riguarda la realizzazione del film; si è accennato ai limiti di una produzione locale, limiti innanzitutto di competenze e di professionalità: un aspetto sul quale varrebbe la pena investire, ad esempio a livello di Ticino Film Commission. Ci sarebbe poi da riflettere sulla collaborazione pubblico/privato che ha portato alla realizzazione del film, pensando anche a imminenti votazioni, ma per adesso limitiamoci a ridere con i Frontaliers: per la politica c’è tempo.